Feb

11

Martone, Martone…

Questo articolo è comparso sul blog della Rete 29 Aprile su Il Fatto quotidiano online. L’autore mi autorizza a riproporlo.

Un vecchio adagio veneto consiglia: “prima de parlar, tasi”. Cioè, prima di parlare (dire scempiaggini), stai zitto. Una regola che il sottosegretario Martone non ha osservato quando ha aperto bocca per dire che se uno non si laurea a 28 anni, è uno sfigato. Invece di tacere.
Eh, già, perché se si fanno affermazioni di questo tipo si devono avere le spalle grosse, di quelle che ti permettono, o per età o per autorevolezza, di dire tutto quello che ti pare. E Martone non ha né l’una né l’altra. Diciamo che è un tipico prodotto dell’accademia familistica italiana. Uno che a 23 anni è dottorando, a 26 ricercatore di ruolo, a 27 professore associato e a 29, nientemeno, professore ordinario. Un fulmine, una saetta, un baleno incredibile per i tempi dell’università italiana, dove l’età media per diventare ricercatore, se non hai missili nel taschino, è di 35 anni. Lui non ha bruciato le tappe, le ha addirittura polverizzate.

Diciamocelo, qualche dubbio sulle sue capacità viene. Già, perché se uno parte in questa maniera e poi non dimostra di poter riscrivere tutta la dottrina giurisprudenziale da solo, allora significa che è un bluff. Oppure che ha avuto dalla sua parte delle carte imbattibili. Una di queste carte è forse il papà, Antonio Martone, ex presidente dell’Authority scioperi, che gli ha spianato la strada. Ma di certo è leggere il giudizio dei commissari al suo concorso da ordinario, a Siena, che aiuta molto a capire la politica da rampante che ha adottato il giovane Martone. In quel concorso, tenutosi da gennaio a luglio 2003, i commissari erano cinque: Mattia Persiani (Presidente), Roberto Pessi, Francesco Liso, Marcello Pedrazzoli, Silvana Sciarra. Gli iscritti al concorso erano otto ma sei, magicamente, si ritirano. Restano solo Franca Borgogelli e Michel Martone. Dei due, la Borgogelli è la più credibile: diplomata nel 1970, si laurea nel 1975 in Scienze Politiche e poi nel 1982 prende una seconda laurea in Giurisprudenza. Tecnicamente, per restare nelle categorie di Martone, “una secchiona”, ma visto che la seconda laurea la prende a trent’anni, anche una “sfigata”.

L’anno dopo, 1983, la Borgogelli diventa ricercatrice di ruolo, incarico che ricopre fino al 2000 (quindi per 17 anni). Poi viene nominata professore associato. Una solida preparazione, come si dice di solito, unita a una costante crescita professionale e a una sicura padronanza della dottrina. Più di quaranta pubblicazioni nell’arco di un ventennio. Su di lei, la commissione avrà pochi dubbi, votando 5 su 5 per la sua promozione a professore ordinario.

Su Martone invece i dubbi ci sono. Il suo curriculum elenca una girandola di attività di docenza a master e a corsi di perfezionamento, ma purtroppo le sue credenziali come pubblicazioni sono scarse. Due monografie appena, delle quali una presentata in edizione provvisoria (quindi, secondo le regole normalmente seguite, non ammissibile; ma le regole, in questo caso, sono un optional). I giudizi sulla sua attività di ricerca, anche da parte dei commissari più benevoli, sono sferzanti: Silvana Sciarra scrive, riguardo al contenuto della sua monografia principale, che “I numerosi riferimenti a fatti ed a metodologie di analisi sono caratterizzati talvolta da passaggi argomentativi non del tutto esaustivi” e che “permane la difficoltà di individuare una chiara ipotesi di lavoro”. Chiudendo con un giudizio che appare una bocciatura: “M. Martone dimostra di trattare con spigliatezza gli argomenti prescelti e di adoperare correttamente il linguaggio giuridico, ma di dovere ulteriormente affinare il ricorso al metodo storico ed interdisciplinare. E’ auspicabile che la già acquisita maturità scientifica si consolidi ulteriormente in futuro in una produzione più diversificata”. Tuttavia, a sorpresa – e chissà perché, “Il candidato, nel complesso, risulta idoneo ai fini della valutazione comparativa”.

Il Prof. Pedrazzoli si arrampica sugli specchi, letteralmente. Dopo aver argomentato, come la Sciarra, afferma che “Nonostante questi elementi di discutibilità, da ascrivere per così dire alla sua giovinezza scientifica, il candidato, che si raccomanda anche per una scrittura fluida e chiara, appare visibilmente dotato di forte propensione alla riflessione giuridica. Le notevoli qualità su cui può contare avranno occasione di manifestarsi appieno, quando sarà trascorso il tempo occorrente per la loro sedimentazione. Confidando nella sicura riuscita di tale auspicio, autorizzato da quanto fin ora il candidato ha mostrato, viene quindi per lo stesso formulato un positivo giudizio, anche prognostico, che lo rende meritevole di essere preso in considerazione ai fini della valutazione comparativa”. Confidando? Sedimentazione? Prognostico? Ma scusi professore, qui non si parla di un concorso da ricercatore, per cui si può scusare la “giovinezza scientifica” (anche se sarebbe più italiano “gioventù”). Qui si parla di un concorso da ordinario per il quale la gioventù scientifica non è una scusante, ma un’aggravante. E la sedimentazione deve essere già avvenuta al di là di ogni prognosi.

Ma andiamo avanti. I proff. Persiani e Pessi sono più entusiasti, mentre critico, vox clamans in deserto, il professor Liso. E’ l’unico a chiudere il suo giudizio con un lapidario: “Il candidato, che nei suoi lavori fornisce sicura prova di possedere ottime capacità al lavoro scientifico e potenzialità che gli consentiranno di arrecare importanti contributi alla nostra materia, merita di vedere riconosciute le sue indubbie qualità in un’occasione in cui la dichiarazione della sua piena maturità costituisca frutto più di una certificazione che di una aspettativa, per quanto seriamente fondata”. Come dire, al di là del giuridichese arzigogolato: si ripresenti quando un po’ più di acqua è passato sotto i ponti.

Ma il non-sfigato diventa ordinario…Avvenne in Italia.

Nov

18

Il regalo del buon ritorno

Partire è un po’ morire, si sa.

E mentre la ministra Gelmini lascia il suo solido posto all’Istruzione e Università, non ci pensa due volte e spera di essere ben ricordata. E quale miglior modo per essere ricordata che lasciare un regalino di addio?

Grazie alle risorse europee del Piano Operativo Nazionale Ricerca & Competività, decise nel 2007 dalla Commissione europea, incrementate di 250 milioni di euro di soldi italiani, il ministro uscente può elargire ben 650 milioni di euro a università e enti di ricerca nonché ONLUS delle quattro regioni inserite nell’obiettivo convergenza dell’Unione europea (Puglia, Calabria, Sicilia, Campania) (il documento è scaricabile qui).

Intendiamoci, alcuni progetti sono sicuramente degni di considerazione. Non ci si può pronunciare senza avere visto i progetti relativi ma colpisce l’entità delle risorse distribuite in alcuni casi, come ad esempio la Fondazione Mediterranea Terina, guidata dall’avvocato Giancarlo Nicotera (UDC), destinataria di ben 14.650.000 euro. Lo stesso dicasi per il progetto “Polo di innovazione Cyber Brain” – promosso da due fondazioni che si occupano a vario titolo di studi su malattie degenerative del cervello, la Fondazione Neuromed (presieduta dall’ex prefetto di Campobasso Marcello Palmieri, commissario di governo per la Regione Molise dal ’92 al ’96 e le cui competenze mediche sono ignote) e la Fondazione Neurone (un’impresa della famiglia Elena Costa e Niccolò Meldolesi, fondata e diretta dai due coniugi) – che si porta a casa ben 12 milioni e 400mila euro. Sorprende, peraltro, vedere in quello stesso progetto, accanto a due istituti di ricerca medica, anche l’Istituto euro-mediterraneo di Scienza e Tecnologia che ha una vocazione politico-sociale più che clinica, presieduto da Bartolomeo Sammartino, laureato in Scienze Politiche, già membro dell’Assemblea regionale siciliana, esponente della ex Alleanza Nazionale.

Insomma, mentre alcuni progetti sembrano “veri” (come ad esempio il generatore eolico dal conturbante nome GELMInCal), altri sembrano solo il classico modo per fare cassa (e il condizionale è d’obbligo).

Per carità, si dirà, tutti i progetti sono stati vagliati, valutati, verificati, ma un dubbio ci tormenta: nell’era Gelmini, quella proclamata come votata al merito e alla valutazione, c’era proprio bisogno di dare 8 milioni e 550mila euro alla Provincia Italiana Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione per un progetto che porta solo il nome della Casa farmaceutica IDI, fondata dalla stessa Congregazione?

E’ forse un modo per accumulare meriti sperando in un prossimo ritorno oppure per distribuire risorse in articulo mortis?

Ma, soprattutto, non ha nulla da dire a riguardo il nuovo ministro Profumo, membro del nuovo governo rigorista di Mario Monti che promette di avanzare lungo la strada del merito e della valutazione?

Ai posteri…

Nov

12

Due o tre cose che so sull’Europa e su Mario Monti

Nell’euforia pensosa di questi giorni, mentre si assiste alla lenta caduta e uscita di scena del cavaliere Silvio Berlusconi, ritorna alla mente un altro momento, ben più tragico, della storia italiana: la caduta e uscita di scena del cavalier Benito Mussolini. In quell’occasione a sostituirlo venne chiamato Pietro Badoglio, duca di Addis Abeba per aver conquistato l’Etiopia nel 1936 coi gas asfissianti, oggi abbiamo Mario Monti, salutato da più parti come il salvatore della patria per le sue credenziali europee.

Per carità, le due figure non sono minimamente accostabili per la caratura morale, ma una cosa li accomuna: così come Badoglio entrò in scena accompagnato dalla speranza di un superamento del fascismo, pur essendo stato egli uno che dal fascismo aveva ricevuto prebende e onori, così Mario Monti entra in scena dopo aver guardato silenziosamente, ma non in maniera critica, i governi di Silvio Berlusconi, anzi avendolo invitato nel 1993 a un “intelligente e sobrio liberalismo”.

Quali sono le credenziali di Mario Monti, per promettere un governo diverso – sensibilmente diverso – da quello di Silvio Berlusconi? In altre parole, basta avere nel portafoglio ideale una cambiale europea per rappresentare una diversità? Basta parlare di governo “tecnico” per segnare un cambiamento?

Prima di tutto bisogna intendersi su cosa significa “europeo”, e dire due parole su un retaggio che non può essere identificato, come si usa fare oggi, coi “mercati”.

L’Europa, intesa come Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1950) e poi come Comunità economica europea e Comunità europea per l’energia atomica (1957) non nasce in ossequio ai “mercati”. Nasce per pacificare le relazioni tra Francia e Germania, e poi per consolidare l’aumento di scambi commerciali che il Piano Marshall e l’Unione europea dei pagamenti avevano favorito nell’Europa post-seconda guerra mondiale. Essa nasce con il dichiarato obiettivo di migliorare il benessere delle popolazioni europee e per impedire nuovi conflitti in Europa.

Nessuno, ma proprio nessuno, parlava in quell’epoca di desideri (o volontà) dei mercati, di spread, di moneta unica. Si parlava invece, sin da subito, della dimensione politica dell’integrazione europea, da affiancare a quella economica e commerciale (anzi, secondo Luigi Einaudi, veniva prima la politica poi l’economia). Si poneva con forza la necessità di un’integrazione politica, della necessità di articolare e coordinare le diverse e distinte politiche estere. Nessuno poteva immaginare che dall’Europa “dei mercanti” del 1400 si sarebbe passati a celebrare l’Europa “dei banchieri” del 2002.

Questo passaggio di scopo, questo arretramento ideale, che porta a identificare nei “mercati” il referente obbligato delle decisioni dell’Unione europea, è un arretramento spaventoso, un impoverimento ideale che non deve essere accettato supinamente come se fosse scritto nel DNA del processo di integrazione.

L’Unione europea è infatti, prima di tutto, la strutturazione in istituzioni e strumenti partecipativi comuni di una dimensione politica e sociale continentale. Politica e sociale, ancora prima che economica. Questo è il suo DNA, non quello che surrettiziamente oggi porta a identificare nell’euro, nella moneta unica che è un mezzo per integrare maggiormente la dimensione economica, un fine assoluto, per il quale ogni sacrificio è accettabile.

Certo, l’euro per il suo valore simbolico e per il suo ruolo di collante integrativo rende accettabile ogni sacrificio, ma non per politiche economiche che non sono dettate dall’esistenza della moneta unica, bensì da interessati attori nazionali e internazionali che sono collocati fuori dal continente e non hanno mai fatto mistero di quanto fosse disturbante e detestabile l’esistenza stessa del processo di integrazione europeo (e quanto fosse odiosa l’esistenza dello stesso euro).

L’Unione europea è cresciuta sulla coscienza di una “diversità” europea rispetto a modelli esterni a essa: ampia considerazione per la tutela dei diritti dei lavoratori, sistemi di welfare integrati e funzionanti finanziati con la spesa pubblica, ammortizzatori sociali, sistemi di previdenza diffusi e obbligatori, servizi pubblici con costi ragionevoli (scuola, sanità, alta formazione). Questa particolarità rende costoso il mantenimento della concorrenzialità sui mercati internazionali di prodotti che nascono in un territorio dove il costo del lavoro è elevato. Ma tutto è relativo: il costo del lavoro è elevato in Europa perché altrove esso è tenuto più basso comprimendo e limitando la previdenza e i diritti dei lavoratori, abbattendo i sistemi di tutela e gli ammortizzatori sociali, limitando i salari, rendendo la spesa pubblica per il sociale una voce pressoché inesistente. E guai a chi si azzarda a proporre ricette “europee”. L’esempio di Obama, tacciato nientemeno di “socialismo” perché timidamente ha proposto un larvato sistema di integrazione della spesa sanitaria a spese del bilancio federale, vale ben più di un lungo discorso.

Oggi, nel mezzo di una crisi innescata dai mercati e dalle errate valutazioni delle agenzie di rating, che hanno speculato sulla supposta solidità di castelli di neve, ci viene imposto un taglio generalizzato di ciò che, nella dimensione europea, garantisce la sostenibilità di un modello politico e sociale: la solidarietà, la partecipazione delle amministrazioni ai servizi essenziali e fondamentali; si impone un taglio del “debito” dicendo che si tratta di un debito al quale “tutti” hanno contribuito e per il quale “tutti” devono oggi pagare.

Il liberismo, la deregulation dei servizi pubblici, il dominio ideologico del mercato è il seppellimento delle idealità “sociali” dell’integrazione europea, la morte della sua idealità politica.

Sappiamo che Mario Monti è stato commissario alla concorrenza e al mercato interno; quindi ha una sensibilità accentuata per quanto riguarda l’integrazione dei servizi a livello europeo, dovrebbe essere un difensore di un modello che all’estero – e per estero si intende soprattutto il “dio mercato” – è visto con fastidio e diffidenza. Sappiamo anche che ha dato il suo appoggio all’attività del gruppo Spinelli. Non l’abbiamo mai sentito però esprimersi con chiarezza su quello che è il nodo fondamentale, tale da condizionare il futuro dell’esistenza della costruzione europea: la moneta unica presuppone e richiede un governo europeo dell’economia, un sistema che superi e si imponga sui diversi interessi dei governi nazionali ma risponda davanti a un parlamento europeo liberamente eletto. La Banca centrale, organo tecnico indipendente – come anche la vicenda di Bini Smaghi dimostra – non può trasformarsi in governo politico alle dipendenze del duumvirato “Merkozy”, ma deve rispondere pienamente a una struttura politica rappresentativa che il governo italiano dovrebbe attivarsi immediatamente per proporre e progettare e sostenere.

I mercati sono stupidi: come ogni economista sa bene essi sono dominati dagli “animal spirits”, sono il regno della speculazione e della idiozia ottusa, sono come animalini che seguono la ciotola del cibo e, se essa finisce in un crepaccio, gli vanno dietro. Non si può governare, né l’Italia né l’Unione, pensando che siano i mercati a dettare la linea di condotta. Mario Monti e il suo governo – qualora nasca – dovranno fare riforme che colpiscano duramente le posizioni di privilegio (in primo luogo la politica) e rendano più efficiente la macchina pubblica, ma che non portino ulteriori colpi allo stato sociale; l’Europa pure, se vuole sopravvivere a questa tempesta, deve riacquistare l’orgoglio di un modello che non emargina e che non riduce in povertà le classi più deboli, e deve imparare a dire “io sono il mercato, io e il mezzo miliardo di cittadini che vivono nell’Unione”. Essere un modello da imitare, non un pericoloso esempio da sopprimere.

Ma per fare questo, occorre una precisa volontà di difendere ciò che di buono è stato fatto negli ultimi sessanta anni, senza cedere al richiamo del liberismo sfrenato, della macelleria sociale, del “liberalismo intelligente e sobrio”.

Set

2

Intercettazioni d’epoca

Ma andiamo… Non ci scandalizzeremo mica perché il berlusca parla di paese di merda? Non è evidente, da ogni suo atto fino a oggi, che considera il paese una merda da schiacciare, spremere, usare a suo piacimento? Perché dovrebbe avere una considerazione maggiore di tutti noi? Tuttavia, la sua affermazione è solo l’ultima di una lunga serie che altri statisti e personaggi, in altre epoche, hanno fatto riguardo al Paese reale, ovviamente diverso da quello legale.

Per di più, ogni cosa che sia legale il berlusca la evita come la morte, quindi figuriamoci se usava un eufemismo. Quindi, l’avvocato Ghedini si è premurato di procurare e diffondere alla stampa una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche dalle quali risulta evidente che il presidente del Consiglio non è stato il primo, né sarà l’ultimo, a usare espressioni di questo tipo.

Le seguenti intercettazioni sono state tratte dall’archivio segreto del Quirinale, del Viminale, della P2, del Vaticano, della Lega delle Cooperative, delle Forze Armate, di Disneyland e di Pandora, a riprova di quanto sia stata utilizzata l’arma dell’intercettazione nel corso del tempo. Leggi il seguito »

Giu

5

L’I(n)chino

L’insistenza di Andrea Ichino con la quale difende la proposta contenuta in una interrogazione parlamentare’multipartisan’ (aumentare le tasse universitarie offrendo ai non abbienti prestiti d’onore per pagarle) merita una replica che si affianca a quelle di Roberto Ciccarelli (Il Manifesto) e di Francesca Coin (Blog “Rete 29 Aprile” per il Fatto Quotidiano). Sul Manifesto Ichino interviene nuovamente difendendo la proposta e sarcasticamente invitando a leggerla meglio.

Abbiamo letto tutti l’interrogazione parlamentare presentata in Senato, e tutti abbiamo colto i contenuti ivi descritti. Oggi Andrea Ichino presenta e puntualizza alcuni contenuti che nel testo erano rimasti sul vago, ma è chiaro che se si puntualizza un testo vago, non si può poi prendere cappello contro chi ha criticato la vaghezza: si sia più chiari e precisi e basta. Ad esempio Ichino si premura di puntualizzare che la proposta di pagare le tasse universitarie contraendo un debito da parte degli studenti meno abbienti, prevede la restituzione del debito «solo se e quando» il debitore avrà un reddito sufficiente a ripianare il debito in misura parziale o totale. Quel «solo se e quando» nell’interrogazione non c’è, e a voler essere pignoli non c’è neppure l’indicazione dell’indice di rivalutazione da applicare ai tetti di reddito indicati per la restituzione del debito (24.000 euro per la restituzione parziale e 30.000 euro per la resituzione totale); a volere essere iperpignoli non viene neppure indicato se si tratta di reddito lordo o netto. Insomma, se si propone qualcosa lo si fa con un progetto di legge, non buttando là che magari «si può fare» come fanno in Gran Bretagna. Un progetto di legge coinvolge il parlamento, apre un dibattito, solletica domande e provoca risposte; tirare la giacchetta della mamma Gelmini per suggerire che magari si può fare così o cosà è un modo molto poco ‘politico’ e molto codino di operare.
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Apr

25

La massa degli ignari

All’inizio erano coreografici. Nelle loro riunioni dominavano i miti antichi, gli elmi con le corna e gli spadoni sguainati dei popoli del Nord; scorreva molta birra in quelle sagre politiche, molti si ubriacavano e cantavano canzonacce sguaiate, si proclamava l’unicità e l’eccezionalità del ceppo del nord, contrapposto alla mollezza e alla ottusità del sud dell’Europa. Gli oratori, dal palco, ripetevano insulti e sberleffi ad avversari politici, gli intellettuali della parte opposta erano ridicolizzati, quelli a favore tollerati ma tenuti a bada come portatori di uno strano virus dell’intelligenza. Ogni discorso però si scioglieva nell’osanna al capo, quando interveniva finalmente sbraitando dal palco sotto l’occhio vigile della milizia di partito posta a cordone. Leggi il seguito »

Ott

23

Domenica 31 ottobre scatta l’ora legale: panico nel governo

Set

24

PD: ripartire da Spinelli

Appello di militanti federalisti europei a Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico

“Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori
nei quali noi abbiamo creduto… Abbiano coscienza dei loro doveri
verso se stessi, verso la famiglia…, verso il paese,
si chiami Italia o si chiami Europa”



Giorgio Ambrosoli alla moglie Annalori

Caro Segretario,

Come militanti del Movimento federalista europeo, fondato da Altiero Spinelli, e politicamente vicini al Partito democratico, guardiamo con preoccupazione all’incertezza sempre più evidente, denunciata ormai anche dalla stampa, riguardante l’identità culturale e il radicamento storico di un partito che intende perpetuare e rilanciare i valori del patto costituzionale con cui è nata la nostra Repubblica, raccogliendo attorno a questo obiettivo il maggior numero possibile di elettori. Il Pd non sembra infatti riflettere adeguatamente – anche se recenti iniziative appaiono come primi segnali di ripresa – né sul progetto che esso intende proporre per affermare la propria leadership, né sull’eredità politico-culturale di cui dovrebbero essere portatrici le sue componenti.

Come è noto, il Pd è nato nell’ottobre 2007 quale entità nuova, e dunque mirante a introdurre un fattore di trasformazione nel quadro politico nazionale, in parte in risposta all’affermarsi della cosiddetta seconda Repubblica e in parte per completare il processo di adeguamento al venir meno delle contrapposizioni della guerra fredda, a seguito del tracollo del comunismo. Leggi il seguito »

Ago

21

Il tempo del ricordo, il ricordo del tempo

Un mio caro amico, ieri sera, mi rimproverava blandamente perché me l’ero presa con Cossiga e con la sua figura nel momento della sua morte. Non è elegante, mi diceva, prendersela coi morti, sia perché non si possono difendere sia perché, in ogni caso, ciò che hanno compiuto è ormai stato già giudicato sul momento e ancora più verrà giudicato successivamente dagli storici. A che pro quindi continuare a ricordare i limiti di una persona e del suo operato prima che la storia abbia posto il sigillo del “vero” sulle diverse vicende?

E’ un caro amico, forse l’unico vero che ho, che conosco da tanti anni, quindi le sue osservazioni mi hanno imbarazzato perché non le potevo liquidare con un’alzata di spalle rifacendomi a vecchi slogan e a vecchi stereotipi. Ci ho dovuto pensare per rispondere; e pensare aiuta, sempre, anche se lo si fa con riferimento a cose che si sentono particolarmente.

La storia, gli ho detto, non è un tribunale, e la presunzione di innocenza in quel caso non funziona, perché tanto ormai il reo è morto, quindi il reato, se c’è stato, si è estinto con il suo autore. La storia vuole offrire alle persone una trama di memoria generale da mettere a confronto con il proprio vissuto, scendendo anche nel particolare, certo, ma senza pretendere di dare giudizi pro o contro qualcuno in maniera netta. Dal momento che il mio amico è un pubblicitario, gli ho dovuto spiegare il mio punto di vista con un esempio macroscopico. Hitler, gli ho detto, è stato oggetto di storia già mentre era ancora in vita. Storia agiografica, certamente, ma neppure tanto. Nella convinzione generale della buona borghesia tedesca non ebrea, Hitler aveva portato ordine e progresso e lavoro, aveva allontanato la rivoluzione sociale, aveva sottomesso le masse popolari al mito della patria e della razza. Aveva dato un senso alla Gleichberechtigung (la parità dei diritti) con le altre nazioni europee, riportando la Germania a un posto di prestigio. Il consenso verso di lui era reale e massiccio, tolti quelle poche migliaia di dissidenti e gli ebrei che venivano emarginati dalla società tedesca, allontanati con la forza, sovente uccisi ma non ancora con i metodi della soluzione finale. Quando nel 1935 viene fatto il plebiscito nella regione della Saar per decidere se essa doveva tornare a essere tedesca, diventare francese o restare sotto la tutela della Società delle Nazioni come era stato fino a quel momento, il 90% dell’elettorato scelse Hitler. Un elettorato in gran parte fatto di operai e minatori, in una regione particolarmente industrializzata e storicamente una delle roccaforti ‘rosse’. Un evento che dà da pensare quando si parla del ‘consenso’ al nazismo. Lo storico deve essere influenzato dal giudizio morale per ciò che ha fatto Hitler? Certamente sì, è una questione di sensibilità umana, nello stesso tempo però deve tenere conto dello scenario interno tedesco e dei sentimenti che attraversavano l’opinione pubblica dal 1933 al 1945 per rendere compiutamente il servizio alla ‘verità’.

Ecco, continuavo, con Cossiga sta succedendo lo stesso, ma in direzione esattamente opposta: si usa solo il registro della retorica di stato, della classe politica che si autocelebra, e si dimentica di ricordare l’azione che Cossiga, con il suo collega Andreotti, ha fatto sia come ministro dell’interno, sia come presidente del Consiglio e infine come presidente, per rendere oscure e ancora meno intelleggibili momenti e vicende della storia italiana. Vicende che non sono costate solo proteste, cortei, manganellate, ma morti, stragi, offese diffuse e continue al tessuto sociale e civile del Paese.

Questo io contesto della celebrazione di Cossiga: non volersi neppure per un attimo confrontare c0n ciò che Cossiga ha fatto durante il suo operato di uomo politico, stendendo il velo mieloso del ricordo dolciastro e buono in valore assoluto, come si faceva con i capi sovietici stesi nel catafalco in un tripudio di bandiere rosse e mazzolini di fiori. Gli inglesi chiamano questo atteggiamento “brownlicking”, che potrebbe essere reso con qualche approssimazione con “leccamerdismo”, e brown-licker, leccamerda, sono quelli che se ne rendono responsabili. Un’azione che non sempre è consapevole, ma che nel momento in cui diventa l’atteggiamento da tenere in generale, addormenta ogni capacità critica.

A questo giochetto non si è sottratto nessuno, neppure esponenti dei partiti che non stanno al governo (tecnicamente, l’opposizione; tale solo di nome).

Il mio amico a questo punto ha interloquito dicendomi: “allora bisogna attendere lo storico che scopra i campi di sterminio, così come per Hitler”. No, i campi di sterminio li conosciamo già, conosciamo a memoria certe espressioni e certi giri di parole per mascherare i fatti; sappiamo grazie a giudici che non hanno voluto leccare ciò che non ritenevano cioccolata, ciò che è successo a causa di alcune cricche di persone; abbiamo anche avuto coraggiosi esponenti dell’opposizione dell’epoca che hanno dato un contributo importante, un nome per tutti: Tina Anselmi. Quindi chi sceglie il conformismo o, peggio, sceglie di dire che gli scheletri nell’armadio ce l’hanno tutti e non solo la vecchia Dc, compie un’atto doppiamente odioso: prima perché porta il cervello all’ammasso, secondo perché accetta la vulgata che, di norma, precede sempre la ricostruzione storica obiettiva ma, purtroppo, talvolta la sostituisce completamente.

A quel punto gli ho fatto l’esempio dell’inchiesta di Remondino nell’agosto 1989, su P2 e Cia e sui legami destabilizzanti tra servizi americani e politica italiana. Un coraggioso servizio che costò il posto al direttore del Tg1 Nuccio Fava, sostituito in gran fretta da … Bruno Vespa (sì, lui, il maggiordomo del potere), e che provocò una levata di scudi da parte nientemeno che del presidente del Consiglio Andreotti, che in Parlamento si scaglio con veemente cattiveria contro i giornalisti che non verificavano le fonti. Gli italiani non sanno, forse non hanno mai saputo, che le fonti di Remondino non erano solo Brenneke, l’agente Cia che aveva confidato i suoi segreti, ma gli atti processuali che avevano visto Brenneke in giudizio contro la sua agenzia (il governo degli Stati Uniti) e lo aveva visto vincere: ciò che aveva detto era vero, la giuria popolare lo ripeté per ben sessanta volte.

Ma oggi quell’inchiesta, vilipesa anche dal presidente Cossiga, nessuno la ricorda più, e la vulgata sta proponendo altro. Immagini, gli ho detto, cosa succederà quando morirà Andreotti? Che monumento di grazia e saggezza gli verrà elevato?

Vedi, gli ho detto, tutti pensano che la storia sia un qualcosa che svolazza e colpisce casualmente riportando ordine nelle cose a distanza di tempo, ma non è così, ciò che si sta facendo in Italia oggi è peggio di ciò che è stato fatto dopo il fascismo (e non è detto che le due operazioni non siano in qualche modo collegate): proporre un’idea di paese talmente artificiosa e artefatta, talmente zuccherosa che scompare la memoria del singolo. Se il singolo non ritrova nella memoria condivisa i suoi ricordi, vive un’alienazione, viene spinto a modificare il suo ricordo. Questo sta succedendo, e visto che la storia non la scrivono gli angeli ma gli uomini, ed è pensabile che la storia italiana la scriveranno ancora per parecchio tempo gli italiani stessi, è bene tutelare la molteplicità dei ricordi, e non cedere alla tentazione di uniformare tutto al ricordo ufficiale, voluto da chi detiene pro tempore il potere e non vuole che sopravvivano memorie alternative. Il dovere del ricordo è la prima cosa da tutelare oggi, così come i primi socialisti, alla fine dell’Ottocento, sentivano istintivo il bisogno di racontare le loro lotte perché non venissero lasciati alla ricostruzione dei mattinali di polizia.

Per questo ho attaccato la memoria di un morto. Per questo continuerò a cercare amici che sappiano condividere con me qualcosa che sia più di una semplice birra: il ricordo dei tempi che sono andati, la nostra versione dei fatti, il tempo lungo del ricordo.

Ago

18

Cossiga è morto. E allora? Non gli hanno mica sparato…

… A Giorgiana Masi invece sì, e anche a Pierfrancesco Lorusso. Uccisi entrambi nel 1977 da proiettili sparati forse da poliziotti. Lorusso da un carabiniere, che fu visto sparare da testimoni, ma che poi fu processato e prosciolto per l’impossibilità di ritrovare il proiettile e certificare con perizia balistica la provenienza dalla sua pistola. Giorgiana Masi si disse da poliziotti confusi tra i manifestanti. Per questi fatti, e non solo per questi, l’allora ministro dell’interno veniva raffigurato da Forattini (all’epoca ancora vignettista politicamente impegnato in grado di far ridere e sorridere) come un autonomo ‘finto’, con tanto di maglione, capelli lunghi, tascapane a tracolla e P38 in mano. Leggi il seguito »

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