In allegato potete scaricare il file pdf con le valutazioni degli studenti al Corso di storia dell’integrazione europea, anno accademico 2009-2010, facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano.

Buona lettura ;-)

CdL B18 – Codice 100038689

apr

25

Il dialogo con Mario Pirani su università e ricerca

Lunedì scorso Mario Pirani pubblicava una sua nota su Repubblica nella sua rubrica fissa, “Linea di confine”. In essa parlava della riforma Gelmini e avanzava alcune osservazioni positive riguardo alla figura del Ricercatore a tempo determinato previsto dalla riforma (anche se non si tratta di una novità: fino a oggi lo chiamiamo assegnista di ricerca). Gli rispondevo con una mail privata facendo alcune osservazioni, ma non richiedendo la pubblicazione: in altre parole, parlavo solo a lui. Se avessi voluto fare qualcosa di pubblicabile come lettera, avrei usato toni molto più duri. Oggi scopro che la lettera, tahgliata, è stata pubblicata.

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feb

17

E’ l’ora dei ricercatori?

Periodicamente, con un tono tra il demagogico e il finis Austriae, si parla in Italia del tema dei ricercatori universitari e della ricerca in genere. I ricercatori, quelli assunti nell’Università, sono circa 25.000, percepiscono uno stipendio che parte dai 1200 euro/mese e arriva, dopo dieci anni di anzianità, a circa 2200 euro netti al mese. Si tratta di una figura introdotta con la riforma del 1980 (dpr 382/80) che prevedeva, per loro, solo compiti di didattica integrativa (seminari) e assistenza agli studenti (tesi, esami ecc.) ma non la cosiddetta didattica principale, i corsi propriamente detti. Quella è riservata ai professori. Poi ci sono altre figure, ricercatori precari nati dopo la riforma del 1980, che sono in attesa di un concorso: assegnisti di ricerca, dottorandi e dottori di ricerca, cultori della materia. Una moltitudine di persone che hanno di fronte a loro, spesso, solo la via dell’emigrazione in qualche realtà universitaria all’estero dato che i canali di accesso in Italia sono ingolfati e macchinosi. Leggi il seguito »

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feb

2

Israele nell’Unione europea? Facciamo il punto

Piero Graglia e Ivan Scalfarotto, 25 aprileritagliataPeriodicamente il tema dell’ingresso di Israele nell’Unione europea rispunta come un fiume carsico animando il dibattito politico e diventando tema di discussione più o meno svogliata. Bene se questo significa anche riflettere sulla natura e sui caratteri della stessa Unione europea, male se si tratta soltanto dell’utilizzo strumentale di un tema che ha un certo appeal storico-politico, senza andare al fondo dei problemi che esso solleva.

Prima di tutto va ricordato che il tema di per sé non è nuovo: esso è stato portato avanti in maniera provocatoria dal partito radicale transnazionale all’inizio degli anni Ottanta con una chiara valenza politica: l’ingresso di Eretz Israel nell’UE avrebbe occidentalizzato definitivamente Israele e coinvolto l’Europa nella necessaria soluzione del problema palistenese. Una formula semplicistica e sommaria che non tiene conto della natura stessa non solo dello stato di Israele, ma anche dell’Unione europea.

L’Unione, da Maastricht in poi, non può più essere definita semplicemente una forma di cooperazione economica e di integrazione settoriale dei mercati: essa è diventata una fonte del diritto interno con il ruolo centrale assegnato alla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea, le cui pronunce sono vincolanti per gli stati membri e in grado di influenzare il diritto interno nazionale. Inoltre non si dimentichi il fatto che l’Unione definisce anche diritti civili e politici e l’eventuale ingresso nell’UE di Israele, stato il cui parlamento si configura come una assemblea costituente permanente ma è privo di una costituzione scritta, comporterebbe l’accettazione da parte di Israele delle libertà (di circolazione di merci, persone, capitali e servizi) già oggi garantite a tutti gli stati dell’Unione. Dubito che tale prospettiva sarebbe allettante per Israele.

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dic

14

Souvenir d’Italie

Silvio Berlusconi ci ha ormai abituato alle sue sparate e ai suoi più riusciti travestimenti. Una volta si diceva operaio tra gli operai, poi si è detto ferroviere tra i ferrovieri, allenatore tra gli allenatori, contadino tra i contadini, muratore tra i muratori, imprenditore tra gli imprenditori (l’unica carica non usurpata). Giorgio Saviane, indimenticato critico televisivo dell’Espresso, diceva che nelle sue televisioni faceva tutto lui, regista, fonico, tecnico luci, cameraman: se avesse avuto una puntina di tette si sarebbe messo a fare anche l’annunciatrice.

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nov

13

Crucifige! crucifige!

In fondo vanno capiti… Si sentono perseguitati. Non hanno modo di esprimere liberamente le loro opinioni senza essere attaccati. Sono portatori di valori perennemente in pericolo e per giunta vengono considerati dei fanatici in potenza da tutti. Eh, sì: la condizione dei non credenti e degli atei – o dei ‘diversamente credenti’ non è facile. Si arriva al punto di trasformare un simbolo religioso in un simbolo di civiltà, senza considerare che è la civiltà a dare un senso, un peso e una autorevolezza alle credenze religiose, non il contrario.

Io sono d’accordo che chiunque, se vuole, può esporre un simbolo religioso dove vuole, soprattutto dal momento che ognuno di noi è tempio di Dio, secondo il Vangelo. Sono però contrario all’esposizione per forza, per obbligo, per memento preventivo: non fosse mai che qualcuno non sappia che viviamo in un Paese occidentale, figlio del Cristianesimo sì, ma anche della rivoluzione francese, dei principi del 1789, del confronto tra le grandi ideologie del Novecento che si sono configurato, e forse si configurano tutt’ora, come religioni laiche.

Chiunque quindi ha il diritto di esporre il suo simbolo, ma chiunque ha il diritto di contestarli, soprattutto se il simbolo religioso, posto all’interno di una struttura pubblica, implica un’adesione alla fede da parte delle istituzionic he devono essere, invece, neutrali.

La corte europea dei diritti dell’uomo ha semplicemente detto questo, non altro, non ha espresso un giudizio di valore sui simboli, ha detto che chiunque li può usare nel suo spazio. Ma non negli spazi di tutti.

ott

1

Platoon (ovvero: “scusi, da che parte è il fronte?”)

Macché lista di proscrizione. Macché esagerazioni di controllori spietati e demopopulisti.
Semplice esercizio del diritto di un elettore di vedersi e sentirsi rappresentato. 59 deputati del PD sono mancati all’appello del voto sulla pregiudiziale di incostituzionalità sullo scudo fiscale promossa dall’IdV. Già il fatto che l’abbia proposta l’IdV e non il maggior (?) partito di opposizione (quale?) la dice lunga. Ma poi, eccheccazzo, vedete di esserci in aula al momento del voto!
Non fosse altro per la diaria che incassate quando ci state per altri motivi; non fosse altro perché siete pagati per fare quella roba lì e quindi, quando si fa l’appello, dovreste esserci.
Invece già si intuisce la sfilza di giustificazioni possibili: il congresso del PD in vista, migrazioni verso le sezioni a sostenere tizio o caio, rapporti con il territorio e con l’elettorato, inutilità di un voto contrario coi numeri esistenti.
Bene, vi dò una notizia: l’elettorato se ne sbatte di avere sotto il naso il suo pupillo fresco e profumato che gli parla dei magnifici destini del PD che verrà; lo vuole invece nella merda e nel fango a votare, a fare opposizione, a urlare lo sdegno che nessuno ascolterebbe se un qualsiasi Graglia, Leone, Lanteri si mettesse per strada a urlare: “Ladri! Schifosi! Vergogna!” contro un provvedimento che grazia e premia evasori fiscali e falsificatori di documenti contabili.

Vi abbiamo eletti per rappresentare qualcosa ma soprattutto per fare politica, fare opposizione, fare governo.
Sicuramente alcuni degli assenti avranno avuto motivi solidi per essere altrove; allo stesso modo è possibile che l’occasione di un voto che poteva mandare a gambe all’aria il governo non sia stata colta e compresa correttamente. Ammettiamolo. Ma, cristo, si tratta di un plotone di persone che hanno preso una cantonata incredibile; e anche se all’interno vi sono degnissime persone e amici, come Lapo Pistelli e Sandro Gozi, possibile che siano possibili scivoloni di questo tipo?
E adesso, detto questo, leggiamo i nomi degli assenti. In paesi terribili e totalitari che si chiamano Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti d’America, è normale rendere noti i nomi delle persone e il loro orientamento al momento del voto, nonché i nomi di quelli di chi si è assentato al momento giusto. Impariamo a farlo anche da noi.
Ci sono in quel gruppo persone che non voterei manco morto, compresi alcuni pregiudicati graziati da mamma PD; gli altri continuo a stimarli, ma questo non mi impedisce di dirgli: SVEGLIA!

Bersani, Boccuzzi, Boffa, Bucchino, Calearo, Calgaro, Capodicasa, Carra, Ceccuzzi, Cesario, Codurelli, D’Alema, D’Antoni, Damiano, De Micheli, Esposito, Fiano, Fioroni, Franceschini, Gaione, Garofani, Giacomelli, Gozi, La Forgia, Levi, Lo Sacco, Lolli, Maran, Martignoli, Martino, Meta, Mogherini, Mosella, Picierno, Pistelli, Pollastrini, Pompili, Porta, Portas, Rosati, Sani, Servodio, Tenaglia, Turco, Vaccaio, Vassallo, Vernetti, Villecco Calipari, Zampa. Altri otto deputati del PD, compresa la Bindi, erano in missione. Missing in action…

Invece Ileana Argentin ed Ermete Realacci hanno denunciato in aula il malfunzionamento dell’apparato di voto elettronico. Loro c’erano, almeno formalmente, ma sono risultati killed in action…
Speriamo sia l’ultima volta che si perde un’occasione simile.

ago

28

Le dieci domande per le quali Berlusconi ha querelato Repubblica.

Non ho chiesto il permesso di Repubblica per riprendere il testo, ma in questi casi basta citare la fonte, che è il sito del giornale online.

Tutti i blogger dovrebbero riprendere tale testo, in modo da rendere ancora più pubbliche le domande stesse e rendere palese a tutti che il Presidente del Consiglio italiano sta cercando di mettere il bavaglio non a diffamatori abituali, ma a persone che pongono domande e, da cittadini, hanno il diritto di avere risposte.

Più blog faranno questo, più vi saranno possibilità di continuare a far circolare il testo che Berlusconi considera diffamatorio e retorico.

Se poi vorrà, potrà svenarsi in  spese legali cercando soddisfazione da tutti i siti che avranno pubblicato ciò che lui non sopporta.

E adesso denunciaci tutti…

Piero Graglia

ago

28

Un salto nel passato…

I due file PDF allegati a questo messaggio sono un documento incredibilmente attuale, ma anche il segno di quanto poco sia stato capito di Berlusconi dai primi anni Novanta a oggi. Si tratta di un opuscolo che il settimanale satirico “Cuore” aveva allegato nel maggio 1993 a un suo numero, ed è un opuscolo tutto dedicato a Berlusconi, già miliardario ma non ancora politico. Sorprende soprattutto che solo i coraggiosi e pazzarelli redattori di Cuore (basta ricordare alcuni nomi: Michele Serra, Andrea Aloi, Lia Celi) avessero la forza e la voglia di dire, con il loro modo scanzonato e trasgressivo, quanto Berlusconi fosse pericoloso. Sono rimasti i soli a farlo all’epoca, mentre tutti, compresa la gloriosa sinistra di lotta e di governo lasciava sostanzialmente lo spazio a Berlusconi per fare ciò che lui voleva. E’ per questo che leggere oggi questo gustoso libretto fa impressione: è il simbolo di un collettivo rincoglionimento, prima sociale e poi politico, che scontiamo da 15 anni e probabilmente continueremo a scontare ancora per un bel pezzo.

Buona lettura.

CuoreContro1

CuoreContro2

lug

8

Quando un imbecille canta

La figura che ha fatto il parlamentare della Lega Salvini rischia di affogare nel ludibrio al quale questa classe di governo ci ha ormai abituato da qualche tempo a questa parte. Cos’ha fatto il Salvini? semplicemente è stato ripreso da un telefonino mentre canta una canzonaccia della Lega, insieme a suoi compagni di partito e col boccale di birra in bella vista in mano, durante una riunione leghista a Pontida. La canzonaccia paragona i napoletani, colerosi e terremotati, ai cani, e non è altro che una delle ennesime stupide canzoni che costellano l’immaginario eversivo della politica italiana, dal “ce ne freghiamo della galera” dei primi fasci al “se vedi nero spara a vista, o è un prete o è un fascista” degli anni di piombo. Ciò che cambia oggi è la chiosa preoccupata, quasi dotta se non ci si vergognasse a paragonare l’intellettualità vuota di Salvini a qualcosa che somigli a qualcosa di culturale, con la quale il leghista ha giustificato la sua performance canora: “era una canzone tra amici, la politica non c’entra nulla”. Col che Salvini ci informa che: 1) per lui la pratica politica è qualcosa di slegato dai comportamenti quotidiani anche privati (mi ricorda qualcosa, o meglio, qualcuno); 2) la posizione razzista la si deve negare pubblicamente ma può essere agita in privato, anche con la soddisfazione del branco; 3) c’è un senso di impunità che viene alimentato dalle battute dei compagni di coalizione del Salvini, tutti adesso in gara per scusare, giustificare, capire e motivare variamente la cosa. Leggi il seguito »