mar

30

Il professore prêt a porter

L’ultimo mio post sul blog della Rete 29 Aprile

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/30/universita-ecco-il-professore-pret-a-porter/1550759/

ago

13

Il Ventennio

Leggere il bel libro di Enrico Deaglio, “Indagine sul Ventennio” fa veramente impressione. La prima cosa che salta all’occhio è la descrizione crudemente statistica delle condizioni del Paese nel 1994 e quelle di oggi: nel 1994 il tasso di disoccupazione era del 10,6% e oggi è del 12,2%;
Nel 1994 6 milioni e mezzo di persone vivevano nella fascia della povertà, oggi sono 9 milioni e mezzo, il 15,8% della popolazione;
Nel 1994 la pressione fiscale complessiva incideva per il 40,77% del reddito prodotto su scala nazionale, oggi siamo al 44%;
Una pensione minima era di 602.350 Lire nel 1994, oggi è 495,43 euro (Lire 959.286, ma considerando l’aumento dei prezzi conseguente all’introduzione dell’euro e ai mancati controlli – sempre del governo del ventennio – tale somma non ha un potere di acquisto paragonabile alla cifra del 1994);
I cittadini di origine straniera erano mezzo milione abbondante nel 1994, oggi ce ne sono almeno cinque milioni, molti dei quali irregolari.
Non è un bel bilancio.
Ovviamente non si può affermare che tutto quello che è successo in vent’anni sia colpa diretta dei governi retti da Berlusconi, però si tratta di un periodo dominato da un senso di ottundimento, politico e civile, che ha lasciato spazio libero ai nani e alle ballerine del cavaliere di Arcore, affiancato da un’agguerrita pletora di scudieri, cortigiani e complici.
Ottundimento perché non si riesce proprio a comprendere, se non ricorrendo alle categorie della psicanalisi, come sia stato possibile che una persona con la moralità “elastica” come Berlusconi abbia trascinato le folle elettorali verso un risultato che è sotto gli occhi di tutti: la decadenza irreversibile, definitiva e ormai avviata verso la dissoluzione sociale, di questo Paese.
E parimenti non si riesce a comprendere come sia stato possibile che una forza attiva e organizzata come il fronte dell’opposizione, nelle sue varianti di Ulivo, Unione e infine PD, abbia accompagnato, assecondato, subito Berlusconi nella sua ascesa verso il consolidamento non solo del suo potere, ma di un’idea di Paese che oggi risulta praticamente vincente: il Paese non solidale, fondato sul tornaconto personale e sull’occasione per sé e fanculo il resto (tutti), il Paese familista amorale, dove conta solo il rapporto di clan – anche in politica – e dove la stessa politica è vista non come servizio ma come un momento di promozione personale e magari occasione di facile guadagno.
Poi è arrivato Renzi, che per molti motivi appare come la naturale continuazione del Ventennio in versione 2.0.
Renzi è organico al berlusconismo non solo per i tratti guasconi della sua personalità, la retorica facilona e la tendenza a spararle grosse (memorabile la “scaletta” delle riforme pronunciata in primavera, che appariva improbabile a tutti e da tutti accettata invece come una verità concreta). No, non è solo questo.
Renzi è organico al berlusconismo perché gli ha dato linfa vitale, ha raccolto da terra un premier condannato e screditato, umanamente e politicamente, e ne ha fatto l’interlocutore privilegiato per cambiare, nientemeno, il Paese. Pensando di essere troppo furbo, come si dice in Toscana, Renzi è stato coglione: di fronte alla difficoltà finanziarie ed economiche di un Paese allo sbando, nel quale le priorità sembrano essere solo la riforma costituzionale, la legge elettorale e l’abolizione del Senato, Renzi ha aperto un credito politico a Forza Italia e al suo capo pensando in questo modo di razzolare voti in un’area che con la sinistra riformista italiana non ha nulla a che fare. Il partito pigliatutto, categoria politologica ben nota a chi ha studiato un poco di scienza politica, il catch-all party, è diventato l’obiettivo di Renzi, e per pigliare tutto che cosa doveva fare se non aprire un dialogo costruttivo e organico con il suo “nemico”? Renzi ha ragionato come un democristiano della prima repubblica: sfrondare le estreme per puntare al centro, nella convinzione che tanto una piccola quota di dissenso, un 5% a destra e un 5% a sinistra, vi sarà sempre, egli punta a costituire un partito-area che raccolga voti moderati, moderatamente progressisti e conservatori, fondato su una ricetta consociativa che sdogana definitivamente non solo Berlusconi – magari non ne aveva manco bisogno – ma il berlusconismo come cifra interpretativa della società italiana.

Però ha fatto un grande errore Renzi, l’errore del furbo che appunto non si accorge di essere a sua volta strumento di qualcun altro: nel marasma economico e nelle difficoltà di tutti, di tutte le persone che non hanno in mente come priorità la legge elettorale e l’abolizione del Senato – cioè, misura spannometrica, il 99% degli abitanti del Paese – Renzi non si è accorto che lo zoccolo duro del consenso a Berlusconi, sebbene momentaneamente virato verso il “nuovo” PD pigliatutto, è pronto a riprendere il suo posto accanto al leader rinvigorito, il quale potrà peraltro fregiarsi di due meriti, uno negativo e uno positivo: quello positivo è avere contribuito in maniera fattiva alle riforme costituzionali, attribuendosi un merito nientemeno che “costituente”, quello negativo è di non essere stato parte dell’inerzia di un governo che ha pensato solo al sistema di potere e istituzionale senza dedicare un’attenzione, se non distratta, al governo delle questioni economiche e sociali.

Anche questo, a ben vedere, è un gran bel risultato.

ott

5

Trasparenza nelle procedure. Un imperativo

Tra poche settimane l’Università Statale di Milano designerà il nuovo Consiglio di Amministrazione. Si tratta di una procedura nuova, prevista dalla legge di riforma dell’Università, che per la prima volta obbliga gli atenei a prevedere elementi non nei ruoli universitari (quindi definiti esterni) all’interno del Consiglio di amministrazione.

L’Università degli Studi di Milano ha deciso che, degli otto componenti il Consiglio di Amministrazione, quattro saranno esterni e quattro interni (la legge impone almeno tre membri esterni).

Io mi candido a essere uno dei quattro membri interni e, trattandosi di una procedura che deve essere accompagnata, come prevede la legge, dalla massima pubblicità, non vedo alcun motivo per tenere segreta la mia partecipazione. Beninteso, si tratta di una candidatura che dovrà passare il vaglio di una commissione di pre-selezione, quindi potrei anche ssere ritenuto non ideoneo dai cinque saggi che il Senato accademico della Statale ha nominato su proposta del Rettore e che dovranno “scremare” le tante domande pervenute. Ma, vada come vada, credo che quando si tratta di cariche all’interno degli organi di governo di una istituzione pubblica, quale è l’università, non si debba indulgere a forme di riservatezza che paiono, più che una difesa della libertà di scelta della commissione, una difesa della tanto esecrata e combattuta autoreferenzialità dell’accademia italiana.

Spero di cuore che anche gli altri colleghi che si candidano ritengano opportuno fare la stessa scelta. La strada per rendere l’università pubblica veramente tale passa anche da piccoli gesti di trasparenza e di impegno, presi pubblicamente e pubblicamente testimoniati.

Di seguito il curriculum vitae e la dichiarazione programmatica allegati alla domanda.

Dichiarazione del candidato Piero GRAGLIA2

Curriculum vitae

set

30

Perché la diffamazione non è un reato d’opinione

Sto seguendo a distanza, un poco distrattamente – ma quando mi concentro l’angoscia aumenta – la paradossale discussione sul caso Sallusti e la sua diffamazione a mezzo stampa di altre persone, per la quale diffamazione, oggi, lui rischierebbe la detenzione. Perché angoscia diffusa?
Non certo per il destino di un povero giornalista che ha costruito la sua carriera sulla calunnia e sulla diffamazione metodica, continuata e incredibilmente aggressiva. E neppure per la violazione dei diritti civili comunemente riconosciuti nelle democrazie occidentali: chi offende un’altra persona senza motivo e cerca di rovinarne la reputazione, in pubblico e in privato, è il primo a violare i diritti di quella persona e merita comunque di essere punito e condannato al risarcimento. Se offende un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, come ad esempio un magistrato, inventandosi delle balle sanguinose, lo spauracchio del carcere ha comunque un senso.
Ma il problema non è questo, è il fatto che nel dibattito di questi giorni sta passando il concetto che il “reato d’opinione” è legato all’espressione di un pensiero, di una posizione, di un’opinione appunto, e quindi comprenderebbe anche la diffamazione e la calunnia.
Forse allora conviene tornare ai fondamentali del diritto, che studiano tutti gli studenti di giurisprudenza, e definire cosa è un reato d’opinione.
Prima di tutto, non ha nulla a che fare con l’espressione di un pensiero (opinione), e, soprattutto, la DIFFAMAZIONE NON E’, NON E’ MAI STATA E MAI SARA’ UN REATO D’OPINIONE. Neppure la diffamazione a mezzo stampa.
Il reato d’opinione lo possiamo dividere in quattro categorie: 1) vilipendio, propaganda e apologia con particolare riferimento ai crimini contro lo Stato, i suoi rappresentanti e i suoi simboli; 2) l’apologia di reato; 3) il vilipendio delle religioni ammesse dallo stato; 4) la propaganda razzista e l’incitamento all’odio razziale. Punto.
Tutto il resto: la calunnia, l’ingiuria, la diffamazione, sebbene espressi per mezzo della parola o dello scritto, non hanno nulla a che fare con il reato d’opinione.
Sentire invece in questi giorni tirato in ballo continuamente il reato d’opinione come fattispecie delle sallustiate, colpisce e dà il senso di un dibattito cialtronesco come la sua vittima, sguaiato e fondato, più che su qualche basilare conoscenza di diritto, su luoghi comuni, sentimenti, stati d’animo.
Si può e si deve regolamentare diversamente il ruolo del direttore di ogni testata giornalistica senza doverlo considerare responsabile di tutto quello che viene pubblicato sul suo foglio o dalla emittente, ma mantenendo la responsabilità individuale: resta il fatto che se un giornalista approfitta della sua amplificata visibilità e del suo strumento mediatico per infangare una persona o un gruppo di persone, questo non compie un reato d’opinione, compie un reato contro altre persone.
Vorrei che questo concetto, primordiale, passasse nella testa e nelle parole dei tanti seguaci di John Stuart Mill che oggi lo citano senza conoscerlo, impastandosi la bocca con riferimenti fuori luogo per salvare un personaggio che ha eretto la calunnia a forma di vita.
Senza contare, poi che qui, nella civilissima America che mi ospita per un poco, il reato di “libelling and defamation” è perseguito con severità e, se attuato contro un civil servant, porta comunque all’espulsione dalla professione, al pagamento di pesanti sanzioni pecuniarie e, in casi gravi, anche al carcere…
Questo tuttavia non basta, continuerò a deprimermi nel sentire (leggere) la gente che parla a vanvera di cose che non conosce con finta competenza, avallate da persone che quelle cose le dovrebbero conoscere e fanno invece finta di non saperle.

set

15

Una voce di saggezza dal 1947

E’ possibile governare il reclutamento universitario facendo sì che “the best and the brightest” vinca? Qui la risposta di Stigler, un economista “sregolato”, come è stato definito.


Un articolo ironico ma tremendamente serio, che il nostro ministro Profumo, insieme all’ANVUR, dovrebbero mandare a memoria… e che mi è stato passato stasera da un collega. L’ho subito tradotto e “mandato in stampa”…


Un episodio accademico

Di George J. Stigler, Columbia University

«Bulletin of the American Association of University Professor», n. 4, Winter 1947

Traduzione dall’inglese di Piero S. Graglia

Ho proposto in passato la tesi che le nostre università stiano andando all’incontrario. Mentre un uomo è ancora giovane, curioso e pieno di energia, gli viene chiesto di insegnare così tanti corsi di base, correggere e assistere a così tanti esami – e pulire così tanti pavimenti a casa sua – che difficilmente può fare ricerca. Pure le sue estati le passa a cercare di guadagnare qualcosa di più. Quando diventa vecchio il suo carico didattico si dimezza, le incombenze amministrative e burocratiche le sbrigano i suoi assistenti – e il suo stipendio raddoppia. Ma a quel punto lui si trova oltre la fase creativa della sua vita, e sviluppa piuttosto le sue abilità nel bridge e nel golf. Pinzio, il venerabile maestro delle lingue romanze, era d’accordo che ci fosse sempre molto di vero in ogni accusa, ma pensava che ogni rimedio fosse peggio del male. E raccontava questa storia.


Circa trenta anni fa un giovanotto di nome Seguira divenne il rettore di una Università in un paese del Sud America dove suo padre aveva da poco finanziato una rivoluzione vittoriosa. Seguira, che era sempre stato un giovane dissoluto e gaudente, sorprese tutti diventando all’improvviso un morigerato riformatore – una specie di Hutchins[1] in stile antico romano. Egli cominciò quindi a pensare a una riforma che il mondo universitario, sottolinea Pinzio, richiedeva con urgenza, e alla fine pensò al sistema meritocratico. Di lì a poco, impose così le seguenti regole.


Nel giugno di ogni anno ogni membro del corpo docente poteva sfidare la persona a lui immediatamente superiore in un esame competitivo. L’esame doveva svolgersi ed essere valutato da un gruppo di imparziali professori degli Stati Uniti. (Seguira confidò a Pinzio di avere scelto quel paese perché lì la corruzione sarebbe stata più costosa). Se lo sfidante vinceva, scambiava posizione e stipendio con il suo vecchio superiore. Così un laureato magistrale in gamba poteva diventare in pochi anni un contrattista, un ricercatore, un professore associato e infine un professore ordinario[2].


Quando l’annuncio venne dato vi furono vibranti proteste – e qualche stizzito compiacimento. Alcuni tra gli uomini più anziani erano molto risentiti ma enfatizzarono il fatto che i rettori non erano compresi nella competizione. Ma la maggior parte dei giovani erano deliziati dalla prospettiva, Pinzio tra questi.


L’annuncio venne dato in settembre, e vi furono alcuni effetti positivi durante il primo anno. Il fisico Antonio comprò un nuovo paio di occhiali così da poter leggere i caratteri più piccoli; Cardan, l’economista che aveva trascorso gran parte del suo tempo a mandare avanti una fabbrica di pasta, assunse un ricercatore (che per contratto non lo avrebbe potuto sfidare per i successivi due anni) per descrivergli gli sviluppi della scienza economica che si erano avuti nei precedenti 15 anni. Il decano professore di chimica, non appena ebbe presa completa visione della riforma, annunciò in dicembre che per ragioni di salute si doveva ritirare entro giugno, e altri lo seguirono.


La biblioteca sperimentò un clamoroso aumento di frequentanti. Le riviste specializzate – specialmente quelle americane – uscirono fuori da polverosi scaffali e furibondi litigi nacquero dal tentativo di alcuni di prendere in prestito tutte le più recenti pubblicazioni di un determinato settore. Questo, evidentemente, fu un chiaro svantaggio della riforma: l’accaparramento del sapere. Solo pochi erano disposti a discutere le loro conoscenze se non con persone meglio informate di loro, e le eccezioni venivano spiegate con l’occultamento delle informazioni o più spesso con l’arroganza. Gli studenti dei corsi magistrali, possibili sfidanti, furono quelli che soffrirono di più: Filipo dedicò il suo corso annuale sulla teoria avanzata delle funzioni alla geometria euclidea, Danto riuscì a convincere molti studenti di economia a leggere Alfred[3] invece di Adam Smith e Ricard analizzò con puntigliosa attenzione le teorie di Bacone durante il suo corso su Shakespeare.


Tuttavia i risultati delle competizioni nel giugno successivo vennero generalmente accolti positivamente. Alcuni iniziarono un rapido, anche se prematuro, movimento verso la pensione. Si disse che lo sconfitto e incompetente professore associato Jordon, la cui moglie era figlia del direttore del dipartimento, stesse contemplando il divorzio. Pinzio divenne professore associato.


II

Seguira in particolare era deliziato dai risultati. Ma era preoccupato dalla tendenza dei professori a dedicare i loro corsi avanzati a temi vuoti e irrilevanti; così decise di modificare il regolamento assegnando a ogni professore 5 punti (su 100) per ogni suo studente che avesse vinto una sfida. Questa nuova regola portò a complicati calcoli: avrebbero quei cinque punti compensato una prestazione migliore da parte dello studente durante la competizione? La convinzione generale era che, prestando la dovuta attenzione nell’insegnamento, i professori avrebbero vinto e i ricercatori avrebbero perso. Lo schema portò ad alcuni paradossi l’anno successivo: Dourni venne sfidato da sette dei suoi studenti magistrali e tutti riportarono voti più alti nell’esame, ma il bonus di 35 punti lo mantenne nel suo ruolo.


Già nell’autunno successivo un altro risultato inatteso della riforma divenne evidente. Vi fu un crollo verticale nelle iscrizioni ai corsi magistrali, e si scoprì ben presto che tutti quelli che se lo potevano permettere se ne erano andati negli Stati Uniti per fare gli assistenti volontari. Seguira condivise l’indignazione dei professori di fronte a queste manovre e si ripromise di cambiare le regole la primavera successiva. Ma contemporaneamente una pesante angoscia prese il corpo docente: non è che gli studenti emigrati erano andati negli Stati Uniti per studiare i quesiti delle successive sfide?


L’angoscia venne confermata dai fatti. Dei 61 studenti che trascorsero un anno negli Stati Uniti, 46 vinsero la sfida la primavera successiva. E i risultati non vennero generalmente accettati, come l’anno precedente. Vero è che alcuni fossili continuarono la loro marcia indefessa verso il museo, e alcuni giovani in gamba salirono di grado (Pinzio tra questi). Ma Storeo, un giovane e brillante astronomo, venne sconfitto da un mediocre studente che aveva trascorso un anno – insieme all’esaminatore – a studiare alcune oscure stelle mutevoli. E Birnii cadde perché la sua magistrale conoscenza della teoria politica non si estendeva ai dettagli del municipalismo del New England.


Seguira era stretto nel dilemma. Disciplinare l’emigrazione significava tirarsi addosso le accuse di provincialismo e di autoreferenzialità; permetterla nella dimensione attuale significa distruggere gli studi magistrali. Alla fine giunse a un compromesso: le prove di esame sarebbero state svolte da professori sorteggiati negli Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Svezia e Germania. Così se uno studente andava all’estero quattro volte su cinque avrebbe indovinato il paese sbagliato. L’emendamento non fermò l’emigrazione ma ebbe alcuni effetti perversi: un sociologo ebbe, per caso, la stessa domanda di esame per due anni consecutivi, e ogni volta dette la stessa risposta. Il primo anno ricevette una vergognosa bocciatura (da Stoccolma), il secondo anno gli venne offerta una cattedra (ad Harvard).


Come il sistema entrò nel terzo anno, un ulteriore effetto non poteva più essere ignorato. La ricerca si era praticamente fermata. Una volta osservato il fenomeno, era facile spiegarlo. Un ricercatore aveva più opportunità di passare l’esame con valutazioni alte se conosceva bene ciò che facevano gli altri; ricercare qualcosa per conto suo non aumentava le sue chances di vittoria. Il corpo docente stava diventando estremamente colto, ed estremamente poco intraprendente. Le poche rilevanti eccezioni mostravano la discutibilità della regola. Therespi aveva continuato le sue attente ricerche sulla mosca della frutta e aveva perso due sfide. Laboro aveva terminato il settimo volume della sua monumentale storia del Sud America, ed era stato bocciato per una domanda sulle crociate.


Un altro anno e alcune dolorose perdite nel corpo docente spinsero Seguira ad affrontare il problema in tutta la sua gravità. Finalmente convinto fece un altro emendamento: ognuno avrebbe ricevuto 2 punti per ogni articolo e 7 per ogni libro. Avrebbe voluto limitare questi bonus alle pubblicazioni in corso di stampa o successive, ma l’opposizione fu troppo forte. Persino i giovani, specialmente quelli brillanti e di successo, si lamentavano dei deleteri effetti dell’insicurezza della permanenza in ruolo. E venne sottolineato come le ricerche da pubblicare richiedessero tempo – forse fino a due anni. Seguira scese a un compromesso includendo le pubblicazioni datate fino a dieci anni prima.


Il calcolo per il corpo docente adesso diventava ancora più complesso. Un libro (7 punti) o la preparazione di uno studente magistrale (5 punti)? La stesura di un libro poteva richiedere tre anni, ma i punti erano assegnati ogni anno da allora in poi, mentre uno studente alla fine poteva anche andarsene altrove. Il corpo docente, alla fine, scelse le soluzioni più varie. Cimoor, il cui padre possedeva una casa editrice, riuscì a pubblicare due libri nel corso del primo anno, e suo padre era così influente che molte delle recensioni furono  equilibrate. Lo scienziato politico Broze lasciò perdere un libro già in bozze e pubblicò i 19 capitoli come 19 articoli. Questo tuttavia sollevò meno indignazione rispetto alla pubblicazione da parte di Cardan di un volume di dispense. In ogni caso, la ricerca tornò a vivere in qualche modo.


III

Pinzio racconta che questa sequenza di evidenti difficoltà e ingegnosi emendamenti sarebbe potuto andare avanti indefinitamente, per quanto la ormai instabile posizione politica di Seguira l’avrebbe permesso, se non fossero intervenuti due sviluppi. Il primo fu l’improvvisa illuminazione di Seguira che questo collage di norme stava gradualmente cancellando l’intento originario della sua riforma. Questo gli fu chiaro quando, durante la successiva competizione annuale, quattro professori tornarono dal loro forzato pensionamento e tre di loro, con l’aiuto delle pubblicazioni prodotte negli anni precedenti, cominciarono di nuovo a scalare la carriera accademica. Questo particolare sviluppo, naturalmente, poteva essere affrontato con una nuova regola, ma dove si sarebbe finiti?


Il secondo evento si rivelò decisivo. Poco dopo la presa di coscienza del fallimento della riforma, giunse a Seguira la proposta di diventare rettore della principale università del Sud America. Il Consiglio di amministrazione scrisse a Seguira che la sua reputazione era ormai internazionale, per l’originalità e l’intraprendenza, e che il successo del suo esperimento indicava la necessità di un più vasto campo di applicazione. Seguira accettò il nuovo incarico, più come un rifugio che come una promozione.


Cosa ne fu di Seguira? E dell’università? Pinzio ci assicura che Seguira diventò tanto conservatore quanto lo era la sua reputazione. E il sistema meritocratico? Solo un ulteriore emendamento venne aggiunto: un professore poteva ricevere un bonus permanente, con tanti punti quanti il direttore di dipartimento ritenesse necessario, quando fosse arrivata un’offerta di chiamata da parte di un’altra università.


[1] Robert Maynard Hutchins filosofo e pedagogista, fu a lungo presidente dell’università di Chicago. In quella sede portò avanti un controverso progetto di riforma fondato sul recupero delle letture classiche, sull’abolizione delle squadre di football universitario, sull’ingresso precoce nei college (NdT).[2] Il testo originale recita “an instructor, an assistant professor, an associate professor, a professor”. Ho usato di proposito una scala gerarchica “italiana” (NdT).

[3] Alfred Smith, politico americano, molto noto all’epoca in cui scrive Stigler, ma ovviamente senza alcuna rilevanza scientifica(NdT)

feb

11

Martone, Martone…

Questo articolo è comparso sul blog della Rete 29 Aprile su Il Fatto quotidiano online. L’autore mi autorizza a riproporlo.

Un vecchio adagio veneto consiglia: “prima de parlar, tasi”. Cioè, prima di parlare (dire scempiaggini), stai zitto. Una regola che il sottosegretario Martone non ha osservato quando ha aperto bocca per dire che se uno non si laurea a 28 anni, è uno sfigato. Invece di tacere.
Eh, già, perché se si fanno affermazioni di questo tipo si devono avere le spalle grosse, di quelle che ti permettono, o per età o per autorevolezza, di dire tutto quello che ti pare. E Martone non ha né l’una né l’altra. Diciamo che è un tipico prodotto dell’accademia familistica italiana. Uno che a 23 anni è dottorando, a 26 ricercatore di ruolo, a 27 professore associato e a 29, nientemeno, professore ordinario. Un fulmine, una saetta, un baleno incredibile per i tempi dell’università italiana, dove l’età media per diventare ricercatore, se non hai missili nel taschino, è di 35 anni. Lui non ha bruciato le tappe, le ha addirittura polverizzate.

Diciamocelo, qualche dubbio sulle sue capacità viene. Già, perché se uno parte in questa maniera e poi non dimostra di poter riscrivere tutta la dottrina giurisprudenziale da solo, allora significa che è un bluff. Oppure che ha avuto dalla sua parte delle carte imbattibili. Una di queste carte è forse il papà, Antonio Martone, ex presidente dell’Authority scioperi, che gli ha spianato la strada. Ma di certo è leggere il giudizio dei commissari al suo concorso da ordinario, a Siena, che aiuta molto a capire la politica da rampante che ha adottato il giovane Martone. In quel concorso, tenutosi da gennaio a luglio 2003, i commissari erano cinque: Mattia Persiani (Presidente), Roberto Pessi, Francesco Liso, Marcello Pedrazzoli, Silvana Sciarra. Gli iscritti al concorso erano otto ma sei, magicamente, si ritirano. Restano solo Franca Borgogelli e Michel Martone. Dei due, la Borgogelli è la più credibile: diplomata nel 1970, si laurea nel 1975 in Scienze Politiche e poi nel 1982 prende una seconda laurea in Giurisprudenza. Tecnicamente, per restare nelle categorie di Martone, “una secchiona”, ma visto che la seconda laurea la prende a trent’anni, anche una “sfigata”.

L’anno dopo, 1983, la Borgogelli diventa ricercatrice di ruolo, incarico che ricopre fino al 2000 (quindi per 17 anni). Poi viene nominata professore associato. Una solida preparazione, come si dice di solito, unita a una costante crescita professionale e a una sicura padronanza della dottrina. Più di quaranta pubblicazioni nell’arco di un ventennio. Su di lei, la commissione avrà pochi dubbi, votando 5 su 5 per la sua promozione a professore ordinario.

Su Martone invece i dubbi ci sono. Il suo curriculum elenca una girandola di attività di docenza a master e a corsi di perfezionamento, ma purtroppo le sue credenziali come pubblicazioni sono scarse. Due monografie appena, delle quali una presentata in edizione provvisoria (quindi, secondo le regole normalmente seguite, non ammissibile; ma le regole, in questo caso, sono un optional). I giudizi sulla sua attività di ricerca, anche da parte dei commissari più benevoli, sono sferzanti: Silvana Sciarra scrive, riguardo al contenuto della sua monografia principale, che “I numerosi riferimenti a fatti ed a metodologie di analisi sono caratterizzati talvolta da passaggi argomentativi non del tutto esaustivi” e che “permane la difficoltà di individuare una chiara ipotesi di lavoro”. Chiudendo con un giudizio che appare una bocciatura: “M. Martone dimostra di trattare con spigliatezza gli argomenti prescelti e di adoperare correttamente il linguaggio giuridico, ma di dovere ulteriormente affinare il ricorso al metodo storico ed interdisciplinare. E’ auspicabile che la già acquisita maturità scientifica si consolidi ulteriormente in futuro in una produzione più diversificata”. Tuttavia, a sorpresa – e chissà perché, “Il candidato, nel complesso, risulta idoneo ai fini della valutazione comparativa”.

Il Prof. Pedrazzoli si arrampica sugli specchi, letteralmente. Dopo aver argomentato, come la Sciarra, afferma che “Nonostante questi elementi di discutibilità, da ascrivere per così dire alla sua giovinezza scientifica, il candidato, che si raccomanda anche per una scrittura fluida e chiara, appare visibilmente dotato di forte propensione alla riflessione giuridica. Le notevoli qualità su cui può contare avranno occasione di manifestarsi appieno, quando sarà trascorso il tempo occorrente per la loro sedimentazione. Confidando nella sicura riuscita di tale auspicio, autorizzato da quanto fin ora il candidato ha mostrato, viene quindi per lo stesso formulato un positivo giudizio, anche prognostico, che lo rende meritevole di essere preso in considerazione ai fini della valutazione comparativa”. Confidando? Sedimentazione? Prognostico? Ma scusi professore, qui non si parla di un concorso da ricercatore, per cui si può scusare la “giovinezza scientifica” (anche se sarebbe più italiano “gioventù”). Qui si parla di un concorso da ordinario per il quale la gioventù scientifica non è una scusante, ma un’aggravante. E la sedimentazione deve essere già avvenuta al di là di ogni prognosi.

Ma andiamo avanti. I proff. Persiani e Pessi sono più entusiasti, mentre critico, vox clamans in deserto, il professor Liso. E’ l’unico a chiudere il suo giudizio con un lapidario: “Il candidato, che nei suoi lavori fornisce sicura prova di possedere ottime capacità al lavoro scientifico e potenzialità che gli consentiranno di arrecare importanti contributi alla nostra materia, merita di vedere riconosciute le sue indubbie qualità in un’occasione in cui la dichiarazione della sua piena maturità costituisca frutto più di una certificazione che di una aspettativa, per quanto seriamente fondata”. Come dire, al di là del giuridichese arzigogolato: si ripresenti quando un po’ più di acqua è passato sotto i ponti.

Ma il non-sfigato diventa ordinario…Avvenne in Italia.

nov

18

Il regalo del buon ritorno

Partire è un po’ morire, si sa.

E mentre la ministra Gelmini lascia il suo solido posto all’Istruzione e Università, non ci pensa due volte e spera di essere ben ricordata. E quale miglior modo per essere ricordata che lasciare un regalino di addio?

Grazie alle risorse europee del Piano Operativo Nazionale Ricerca & Competività, decise nel 2007 dalla Commissione europea, incrementate di 250 milioni di euro di soldi italiani, il ministro uscente può elargire ben 650 milioni di euro a università e enti di ricerca nonché ONLUS delle quattro regioni inserite nell’obiettivo convergenza dell’Unione europea (Puglia, Calabria, Sicilia, Campania) (il documento è scaricabile qui).

Intendiamoci, alcuni progetti sono sicuramente degni di considerazione. Non ci si può pronunciare senza avere visto i progetti relativi ma colpisce l’entità delle risorse distribuite in alcuni casi, come ad esempio la Fondazione Mediterranea Terina, guidata dall’avvocato Giancarlo Nicotera (UDC), destinataria di ben 14.650.000 euro. Lo stesso dicasi per il progetto “Polo di innovazione Cyber Brain” – promosso da due fondazioni che si occupano a vario titolo di studi su malattie degenerative del cervello, la Fondazione Neuromed (presieduta dall’ex prefetto di Campobasso Marcello Palmieri, commissario di governo per la Regione Molise dal ’92 al ’96 e le cui competenze mediche sono ignote) e la Fondazione Neurone (un’impresa della famiglia Elena Costa e Niccolò Meldolesi, fondata e diretta dai due coniugi) – che si porta a casa ben 12 milioni e 400mila euro. Sorprende, peraltro, vedere in quello stesso progetto, accanto a due istituti di ricerca medica, anche l’Istituto euro-mediterraneo di Scienza e Tecnologia che ha una vocazione politico-sociale più che clinica, presieduto da Bartolomeo Sammartino, laureato in Scienze Politiche, già membro dell’Assemblea regionale siciliana, esponente della ex Alleanza Nazionale.

Insomma, mentre alcuni progetti sembrano “veri” (come ad esempio il generatore eolico dal conturbante nome GELMInCal), altri sembrano solo il classico modo per fare cassa (e il condizionale è d’obbligo).

Per carità, si dirà, tutti i progetti sono stati vagliati, valutati, verificati, ma un dubbio ci tormenta: nell’era Gelmini, quella proclamata come votata al merito e alla valutazione, c’era proprio bisogno di dare 8 milioni e 550mila euro alla Provincia Italiana Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione per un progetto che porta solo il nome della Casa farmaceutica IDI, fondata dalla stessa Congregazione?

E’ forse un modo per accumulare meriti sperando in un prossimo ritorno oppure per distribuire risorse in articulo mortis?

Ma, soprattutto, non ha nulla da dire a riguardo il nuovo ministro Profumo, membro del nuovo governo rigorista di Mario Monti che promette di avanzare lungo la strada del merito e della valutazione?

Ai posteri…

nov

12

Due o tre cose che so sull’Europa e su Mario Monti

Nell’euforia pensosa di questi giorni, mentre si assiste alla lenta caduta e uscita di scena del cavaliere Silvio Berlusconi, ritorna alla mente un altro momento, ben più tragico, della storia italiana: la caduta e uscita di scena del cavalier Benito Mussolini. In quell’occasione a sostituirlo venne chiamato Pietro Badoglio, duca di Addis Abeba per aver conquistato l’Etiopia nel 1936 coi gas asfissianti, oggi abbiamo Mario Monti, salutato da più parti come il salvatore della patria per le sue credenziali europee.

Per carità, le due figure non sono minimamente accostabili per la caratura morale, ma una cosa li accomuna: così come Badoglio entrò in scena accompagnato dalla speranza di un superamento del fascismo, pur essendo stato egli uno che dal fascismo aveva ricevuto prebende e onori, così Mario Monti entra in scena dopo aver guardato silenziosamente, ma non in maniera critica, i governi di Silvio Berlusconi, anzi avendolo invitato nel 1993 a un “intelligente e sobrio liberalismo”.

Quali sono le credenziali di Mario Monti, per promettere un governo diverso – sensibilmente diverso – da quello di Silvio Berlusconi? In altre parole, basta avere nel portafoglio ideale una cambiale europea per rappresentare una diversità? Basta parlare di governo “tecnico” per segnare un cambiamento?

Prima di tutto bisogna intendersi su cosa significa “europeo”, e dire due parole su un retaggio che non può essere identificato, come si usa fare oggi, coi “mercati”.

L’Europa, intesa come Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1950) e poi come Comunità economica europea e Comunità europea per l’energia atomica (1957) non nasce in ossequio ai “mercati”. Nasce per pacificare le relazioni tra Francia e Germania, e poi per consolidare l’aumento di scambi commerciali che il Piano Marshall e l’Unione europea dei pagamenti avevano favorito nell’Europa post-seconda guerra mondiale. Essa nasce con il dichiarato obiettivo di migliorare il benessere delle popolazioni europee e per impedire nuovi conflitti in Europa.

Nessuno, ma proprio nessuno, parlava in quell’epoca di desideri (o volontà) dei mercati, di spread, di moneta unica. Si parlava invece, sin da subito, della dimensione politica dell’integrazione europea, da affiancare a quella economica e commerciale (anzi, secondo Luigi Einaudi, veniva prima la politica poi l’economia). Si poneva con forza la necessità di un’integrazione politica, della necessità di articolare e coordinare le diverse e distinte politiche estere. Nessuno poteva immaginare che dall’Europa “dei mercanti” del 1400 si sarebbe passati a celebrare l’Europa “dei banchieri” del 2002.

Questo passaggio di scopo, questo arretramento ideale, che porta a identificare nei “mercati” il referente obbligato delle decisioni dell’Unione europea, è un arretramento spaventoso, un impoverimento ideale che non deve essere accettato supinamente come se fosse scritto nel DNA del processo di integrazione.

L’Unione europea è infatti, prima di tutto, la strutturazione in istituzioni e strumenti partecipativi comuni di una dimensione politica e sociale continentale. Politica e sociale, ancora prima che economica. Questo è il suo DNA, non quello che surrettiziamente oggi porta a identificare nell’euro, nella moneta unica che è un mezzo per integrare maggiormente la dimensione economica, un fine assoluto, per il quale ogni sacrificio è accettabile.

Certo, l’euro per il suo valore simbolico e per il suo ruolo di collante integrativo rende accettabile ogni sacrificio, ma non per politiche economiche che non sono dettate dall’esistenza della moneta unica, bensì da interessati attori nazionali e internazionali che sono collocati fuori dal continente e non hanno mai fatto mistero di quanto fosse disturbante e detestabile l’esistenza stessa del processo di integrazione europeo (e quanto fosse odiosa l’esistenza dello stesso euro).

L’Unione europea è cresciuta sulla coscienza di una “diversità” europea rispetto a modelli esterni a essa: ampia considerazione per la tutela dei diritti dei lavoratori, sistemi di welfare integrati e funzionanti finanziati con la spesa pubblica, ammortizzatori sociali, sistemi di previdenza diffusi e obbligatori, servizi pubblici con costi ragionevoli (scuola, sanità, alta formazione). Questa particolarità rende costoso il mantenimento della concorrenzialità sui mercati internazionali di prodotti che nascono in un territorio dove il costo del lavoro è elevato. Ma tutto è relativo: il costo del lavoro è elevato in Europa perché altrove esso è tenuto più basso comprimendo e limitando la previdenza e i diritti dei lavoratori, abbattendo i sistemi di tutela e gli ammortizzatori sociali, limitando i salari, rendendo la spesa pubblica per il sociale una voce pressoché inesistente. E guai a chi si azzarda a proporre ricette “europee”. L’esempio di Obama, tacciato nientemeno di “socialismo” perché timidamente ha proposto un larvato sistema di integrazione della spesa sanitaria a spese del bilancio federale, vale ben più di un lungo discorso.

Oggi, nel mezzo di una crisi innescata dai mercati e dalle errate valutazioni delle agenzie di rating, che hanno speculato sulla supposta solidità di castelli di neve, ci viene imposto un taglio generalizzato di ciò che, nella dimensione europea, garantisce la sostenibilità di un modello politico e sociale: la solidarietà, la partecipazione delle amministrazioni ai servizi essenziali e fondamentali; si impone un taglio del “debito” dicendo che si tratta di un debito al quale “tutti” hanno contribuito e per il quale “tutti” devono oggi pagare.

Il liberismo, la deregulation dei servizi pubblici, il dominio ideologico del mercato è il seppellimento delle idealità “sociali” dell’integrazione europea, la morte della sua idealità politica.

Sappiamo che Mario Monti è stato commissario alla concorrenza e al mercato interno; quindi ha una sensibilità accentuata per quanto riguarda l’integrazione dei servizi a livello europeo, dovrebbe essere un difensore di un modello che all’estero – e per estero si intende soprattutto il “dio mercato” – è visto con fastidio e diffidenza. Sappiamo anche che ha dato il suo appoggio all’attività del gruppo Spinelli. Non l’abbiamo mai sentito però esprimersi con chiarezza su quello che è il nodo fondamentale, tale da condizionare il futuro dell’esistenza della costruzione europea: la moneta unica presuppone e richiede un governo europeo dell’economia, un sistema che superi e si imponga sui diversi interessi dei governi nazionali ma risponda davanti a un parlamento europeo liberamente eletto. La Banca centrale, organo tecnico indipendente – come anche la vicenda di Bini Smaghi dimostra – non può trasformarsi in governo politico alle dipendenze del duumvirato “Merkozy”, ma deve rispondere pienamente a una struttura politica rappresentativa che il governo italiano dovrebbe attivarsi immediatamente per proporre e progettare e sostenere.

I mercati sono stupidi: come ogni economista sa bene essi sono dominati dagli “animal spirits”, sono il regno della speculazione e della idiozia ottusa, sono come animalini che seguono la ciotola del cibo e, se essa finisce in un crepaccio, gli vanno dietro. Non si può governare, né l’Italia né l’Unione, pensando che siano i mercati a dettare la linea di condotta. Mario Monti e il suo governo – qualora nasca – dovranno fare riforme che colpiscano duramente le posizioni di privilegio (in primo luogo la politica) e rendano più efficiente la macchina pubblica, ma che non portino ulteriori colpi allo stato sociale; l’Europa pure, se vuole sopravvivere a questa tempesta, deve riacquistare l’orgoglio di un modello che non emargina e che non riduce in povertà le classi più deboli, e deve imparare a dire “io sono il mercato, io e il mezzo miliardo di cittadini che vivono nell’Unione”. Essere un modello da imitare, non un pericoloso esempio da sopprimere.

Ma per fare questo, occorre una precisa volontà di difendere ciò che di buono è stato fatto negli ultimi sessanta anni, senza cedere al richiamo del liberismo sfrenato, della macelleria sociale, del “liberalismo intelligente e sobrio”.

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Intercettazioni d’epoca

Ma andiamo… Non ci scandalizzeremo mica perché il berlusca parla di paese di merda? Non è evidente, da ogni suo atto fino a oggi, che considera il paese una merda da schiacciare, spremere, usare a suo piacimento? Perché dovrebbe avere una considerazione maggiore di tutti noi? Tuttavia, la sua affermazione è solo l’ultima di una lunga serie che altri statisti e personaggi, in altre epoche, hanno fatto riguardo al Paese reale, ovviamente diverso da quello legale.

Per di più, ogni cosa che sia legale il berlusca la evita come la morte, quindi figuriamoci se usava un eufemismo. Quindi, l’avvocato Ghedini si è premurato di procurare e diffondere alla stampa una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche dalle quali risulta evidente che il presidente del Consiglio non è stato il primo, né sarà l’ultimo, a usare espressioni di questo tipo.

Le seguenti intercettazioni sono state tratte dall’archivio segreto del Quirinale, del Viminale, della P2, del Vaticano, della Lega delle Cooperative, delle Forze Armate, di Disneyland e di Pandora, a riprova di quanto sia stata utilizzata l’arma dell’intercettazione nel corso del tempo. Leggi il seguito »

giu

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L’I(n)chino

L’insistenza di Andrea Ichino con la quale difende la proposta contenuta in una interrogazione parlamentare’multipartisan’ (aumentare le tasse universitarie offrendo ai non abbienti prestiti d’onore per pagarle) merita una replica che si affianca a quelle di Roberto Ciccarelli (Il Manifesto) e di Francesca Coin (Blog “Rete 29 Aprile” per il Fatto Quotidiano). Sul Manifesto Ichino interviene nuovamente difendendo la proposta e sarcasticamente invitando a leggerla meglio.

Abbiamo letto tutti l’interrogazione parlamentare presentata in Senato, e tutti abbiamo colto i contenuti ivi descritti. Oggi Andrea Ichino presenta e puntualizza alcuni contenuti che nel testo erano rimasti sul vago, ma è chiaro che se si puntualizza un testo vago, non si può poi prendere cappello contro chi ha criticato la vaghezza: si sia più chiari e precisi e basta. Ad esempio Ichino si premura di puntualizzare che la proposta di pagare le tasse universitarie contraendo un debito da parte degli studenti meno abbienti, prevede la restituzione del debito «solo se e quando» il debitore avrà un reddito sufficiente a ripianare il debito in misura parziale o totale. Quel «solo se e quando» nell’interrogazione non c’è, e a voler essere pignoli non c’è neppure l’indicazione dell’indice di rivalutazione da applicare ai tetti di reddito indicati per la restituzione del debito (24.000 euro per la restituzione parziale e 30.000 euro per la resituzione totale); a volere essere iperpignoli non viene neppure indicato se si tratta di reddito lordo o netto. Insomma, se si propone qualcosa lo si fa con un progetto di legge, non buttando là che magari «si può fare» come fanno in Gran Bretagna. Un progetto di legge coinvolge il parlamento, apre un dibattito, solletica domande e provoca risposte; tirare la giacchetta della mamma Gelmini per suggerire che magari si può fare così o cosà è un modo molto poco ‘politico’ e molto codino di operare.
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