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	<description>L&#039;Europa conta. Io ci sto.</description>
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		<title>Martone, Martone&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 00:34:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[﻿Questo articolo è comparso sul blog della Rete 29 Aprile su Il Fatto quotidiano online. L&#8217;autore mi autorizza a riproporlo. Un vecchio adagio veneto consiglia: “prima de parlar, tasi”. Cioè, prima di parlare (dire scempiaggini), stai zitto. Una regola che il sottosegretario Martone non ha osservato quando ha aperto bocca per dire che se uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>﻿Questo articolo è comparso sul blog della Rete 29 Aprile su Il Fatto quotidiano online. L&#8217;autore mi autorizza a riproporlo.</strong></p>
<p>Un vecchio adagio veneto consiglia: “prima de parlar, tasi”. Cioè,  prima di parlare (dire scempiaggini), stai zitto. Una regola che il <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/24/anni-laureato-sfigato-parola-viceministro-michel-martone/186094/" target="_blank">sottosegretario Martone</a> non ha osservato quando ha aperto bocca per dire che se uno non si laurea a<strong> 28 anni</strong>, è uno sfigato. Invece di tacere.<br />
Eh, già, perché se si fanno affermazioni di questo tipo si devono avere <strong>le spalle grosse</strong>,  di quelle che ti permettono, o per età o per autorevolezza, di dire  tutto quello che ti pare. E Martone non ha né l’una né l’altra. Diciamo  che è un tipico prodotto dell’accademia familistica italiana. Uno che a  23 anni è dottorando, a 26 ricercatore di ruolo, a 27 professore  associato e a 29, nientemeno, professore ordinario. Un fulmine, una  saetta, un baleno incredibile per i tempi dell’università italiana, dove  l’età media per diventare ricercatore, se non hai <strong>missili nel taschino</strong>, è di 35 anni. Lui non ha bruciato le tappe, le ha addirittura polverizzate.</p>
<p>Diciamocelo, qualche dubbio sulle sue capacità viene. Già, perché se uno  parte in questa maniera e poi non dimostra di poter riscrivere tutta la  dottrina giurisprudenziale da solo, allora significa che è un bluff.  Oppure che ha avuto dalla sua parte delle carte imbattibili. Una di  queste carte è <strong>forse il papà, Antonio Martone</strong>, ex  presidente dell’Authority scioperi, che gli ha spianato la strada. Ma di  certo è leggere il giudizio dei commissari al suo concorso da  ordinario, a Siena, che aiuta molto a capire la <strong>politica da rampante</strong> che ha adottato il giovane Martone. In quel concorso, tenutosi da  gennaio a luglio 2003, i commissari erano cinque: Mattia Persiani  (Presidente), Roberto Pessi, Francesco Liso, Marcello Pedrazzoli,  Silvana Sciarra. Gli iscritti al concorso erano otto ma sei,  magicamente, si ritirano. Restano solo Franca Borgogelli e Michel  Martone. Dei due, la Borgogelli è la più credibile: diplomata nel 1970,  si laurea nel 1975 in Scienze Politiche e poi nel 1982 prende una  seconda laurea in Giurisprudenza. Tecnicamente, per restare nelle  categorie di Martone, “una secchiona”, ma visto che la seconda laurea la  prende a trent’anni, anche una “sfigata”.</p>
<p>L’anno dopo, 1983, la <strong>Borgogelli</strong> diventa ricercatrice  di ruolo, incarico che ricopre fino al 2000 (quindi per 17 anni). Poi  viene nominata professore associato. Una solida preparazione, come si  dice di solito, unita a una costante crescita professionale e a una  sicura padronanza della dottrina. Più di quaranta pubblicazioni  nell’arco di un ventennio. Su di lei, la commissione avrà pochi dubbi,  votando <strong>5 su 5 </strong>per la sua promozione a professore ordinario.</p>
<p>Su Martone invece i dubbi ci sono. Il suo curriculum elenca una  girandola di attività di docenza a master e a corsi di perfezionamento,  ma purtroppo le sue credenziali come <strong>pubblicazioni</strong> sono  scarse. Due monografie appena, delle quali una presentata in edizione  provvisoria (quindi, secondo le regole normalmente seguite, non  ammissibile; ma le regole, in questo caso, sono un optional). <a href="http://www.dirittodellavoro.it/public/current/concorsi/verb1/11%20borgogelli%20martone.pdf" target="_blank">I giudizi sulla sua attività di ricerca</a>,  anche da parte dei commissari più benevoli, sono sferzanti: Silvana  Sciarra scrive, riguardo al contenuto della sua monografia principale,  che “I numerosi riferimenti a fatti ed a metodologie di analisi sono  caratterizzati talvolta da passaggi argomentativi non del  tutto esaustivi” e che “permane la difficoltà di individuare una chiara  ipotesi di lavoro”. Chiudendo con un <strong>giudizio che appare una bocciatura</strong>:  “M. Martone dimostra di trattare con spigliatezza gli argomenti  prescelti e di adoperare correttamente il linguaggio giuridico, ma di  dovere ulteriormente affinare il ricorso al metodo storico ed  interdisciplinare. E’ auspicabile che la già acquisita maturità  scientifica si consolidi ulteriormente in futuro in una produzione più  diversificata”. Tuttavia, a sorpresa – e chissà perché, “Il candidato,  nel complesso, risulta idoneo ai fini della valutazione comparativa”.</p>
<p>Il Prof. Pedrazzoli si arrampica sugli specchi, letteralmente. Dopo aver  argomentato, come la Sciarra, afferma che “Nonostante questi elementi  di discutibilità, da ascrivere per così dire alla sua giovinezza  scientifica, il candidato, che si raccomanda anche per una scrittura  fluida e chiara, appare visibilmente dotato di forte propensione alla  riflessione giuridica. Le notevoli qualità su cui può contare avranno  occasione di manifestarsi appieno, quando sarà trascorso il tempo  occorrente per la loro sedimentazione. Confidando nella sicura riuscita  di tale auspicio, autorizzato da quanto fin ora il candidato ha  mostrato, viene quindi per lo stesso formulato un positivo giudizio,  anche prognostico, che lo rende meritevole di essere preso in  considerazione ai fini della valutazione comparativa”. Confidando?  Sedimentazione? Prognostico? Ma scusi professore, qui non si parla di un  concorso da ricercatore, per cui si può scusare la “giovinezza  scientifica” (anche se sarebbe più italiano “gioventù”). Qui si parla di  un <strong>concorso da ordinario</strong> per il quale la gioventù  scientifica non è una scusante, ma un’aggravante. E la sedimentazione  deve essere già avvenuta al di là di ogni prognosi.</p>
<p>Ma andiamo avanti. I proff. Persiani e Pessi sono più entusiasti, mentre critico, <em>vox clamans in deserto</em>,  il professor Liso. E’ l’unico a chiudere il suo giudizio con un  lapidario: “Il candidato, che nei suoi lavori fornisce sicura prova di  possedere ottime capacità al lavoro scientifico e potenzialità che gli  consentiranno di arrecare importanti contributi alla nostra materia,  merita di vedere riconosciute le sue indubbie qualità in un’occasione in  cui la dichiarazione della sua piena maturità costituisca frutto più di  una certificazione che di una aspettativa, per quanto seriamente  fondata”. Come dire, al di là del giuridichese arzigogolato: si  ripresenti quando un po’ più di acqua è passato sotto i ponti.</p>
<p>Ma il non-sfigato diventa ordinario…Avvenne in Italia.</p>
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		<title>Il regalo del buon ritorno</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 22:26:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Partire è un po’ morire, si sa. E mentre la ministra Gelmini lascia il suo solido posto all’Istruzione e Università, non ci pensa due volte e spera di essere ben ricordata. E quale miglior modo per essere ricordata che lasciare un regalino di addio? Grazie alle risorse europee del Piano Operativo Nazionale Ricerca &#38; Competività, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.pierograglia.eu/wp-content/uploads/2011/11/gelmini-20081101_gelmini1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-442" title="Gelmini" src="http://www.pierograglia.eu/wp-content/uploads/2011/11/gelmini-20081101_gelmini1-232x300.jpg" alt="" width="232" height="300" /></a>Partire è un po’ morire, si sa.</p>
<p>E mentre la ministra Gelmini lascia il suo solido posto all’Istruzione e Università, non ci pensa due volte e spera di essere ben ricordata. E quale miglior modo per essere ricordata che lasciare un regalino di addio?</p>
<p>Grazie alle risorse europee del Piano Operativo Nazionale Ricerca &amp; Competività, decise nel 2007 dalla Commissione europea, incrementate di 250 milioni di euro di soldi italiani, il ministro uscente può elargire ben 650 milioni di euro a università e enti di ricerca nonché ONLUS delle quattro regioni inserite nell’obiettivo convergenza dell’Unione europea (Puglia, Calabria, Sicilia, Campania) (il documento è scaricabile <a href="http://www.flcgil.it/leggi-normative/documenti/decreti-direttoriali/decreto-direttore-generale-11-novembre-2011-sostegno-ai-mutamenti-strutturali-del-pon-ricerca-e-competitivita-asse-i.flc">qui</a>).</p>
<p>Intendiamoci, alcuni progetti sono sicuramente degni di considerazione. Non ci si può pronunciare senza avere visto i progetti relativi ma colpisce l’entità delle risorse distribuite in alcuni casi, come ad esempio la Fondazione Mediterranea Terina, guidata dall’avvocato Giancarlo Nicotera (UDC), destinataria di ben 14.650.000 euro. Lo stesso dicasi per il progetto “Polo di innovazione Cyber Brain” – promosso da due fondazioni che si occupano a vario titolo di studi su malattie degenerative del cervello, la Fondazione Neuromed (presieduta dall’ex prefetto di Campobasso Marcello Palmieri, commissario di governo per la Regione Molise dal ’92 al ’96 e le cui competenze mediche sono ignote) e la Fondazione Neurone (un’impresa della famiglia Elena Costa e Niccolò Meldolesi, fondata e diretta dai due coniugi) – che si porta a casa ben 12 milioni e 400mila euro. Sorprende, peraltro, vedere in quello stesso progetto, accanto a due istituti di ricerca medica, anche l’Istituto euro-mediterraneo di Scienza e Tecnologia che ha una vocazione politico-sociale più che clinica, presieduto da Bartolomeo Sammartino, laureato in Scienze Politiche, già membro dell’Assemblea regionale siciliana, esponente della ex Alleanza Nazionale.</p>
<p>Insomma, mentre alcuni progetti sembrano “veri” (come ad esempio il generatore eolico dal conturbante nome GELMInCal), altri <em>sembrano</em> solo il classico modo per fare cassa (e il condizionale è d&#8217;obbligo).</p>
<p>Per carità, si dirà, tutti i progetti sono stati vagliati, valutati, verificati, ma un dubbio ci tormenta: nell’era Gelmini, quella proclamata come votata al merito e alla valutazione, c’era proprio bisogno di dare 8 milioni e 550mila euro alla Provincia Italiana Congregazione dei Figli dell&#8217;Immacolata Concezione per un progetto che porta solo il nome della Casa farmaceutica IDI, fondata dalla stessa Congregazione?</p>
<p>E’ forse un modo per accumulare meriti sperando in un prossimo ritorno oppure per distribuire risorse <em>in articulo mortis</em>?</p>
<p>Ma, soprattutto, non ha nulla da dire a riguardo il nuovo ministro Profumo, membro del nuovo governo rigorista di Mario Monti che promette di avanzare lungo la strada del merito e della valutazione?</p>
<p>Ai posteri…</p>
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		<title>Due o tre cose che so sull&#8217;Europa e su Mario Monti</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 17:45:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nell&#8217;euforia pensosa di questi giorni, mentre si assiste alla lenta caduta e uscita di scena del cavaliere Silvio Berlusconi, ritorna alla mente un altro momento, ben più tragico, della storia italiana: la caduta e uscita di scena del cavalier Benito Mussolini. In quell&#8217;occasione a sostituirlo venne chiamato Pietro Badoglio, duca di Addis Abeba per aver [...]]]></description>
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<p>Nell&#8217;euforia pensosa di  questi giorni, mentre si assiste alla lenta caduta e uscita di scena del  cavaliere Silvio Berlusconi, ritorna alla mente un altro momento, ben  più tragico, della storia italiana: la caduta e uscita di scena del  cavalier Benito Mussolini. In quell&#8217;occasione a sostituirlo venne  chiamato Pietro Badoglio, duca di Addis Abeba per aver conquistato  l&#8217;Etiopia nel 1936 coi gas asfissianti, oggi abbiamo Mario Monti,  salutato da più parti come il salvatore della patria per le sue  credenziali europee.</p>
<p>Per carità, le due figure non sono  minimamente accostabili per la caratura morale, ma una cosa li accomuna:  così come Badoglio entrò in scena accompagnato dalla speranza di un  superamento del fascismo, pur essendo stato egli uno che dal fascismo  aveva ricevuto prebende e onori, così Mario Monti entra in scena dopo  aver guardato silenziosamente, ma non in maniera critica, i governi di  Silvio Berlusconi, anzi avendolo invitato nel 1993 a un &#8220;intelligente e  sobrio liberalismo&#8221;.</p>
<p>Quali sono le credenziali di Mario  Monti, per promettere un governo diverso &#8211; sensibilmente diverso &#8211; da  quello di Silvio Berlusconi? In altre parole, basta avere nel  portafoglio ideale una cambiale europea per rappresentare una diversità?  Basta parlare di governo &#8220;tecnico&#8221; per segnare un cambiamento?</p>
<p>Prima  di tutto bisogna intendersi su cosa significa &#8220;europeo&#8221;, e dire due  parole su un retaggio che non può essere identificato, come si usa fare  oggi, coi &#8220;mercati&#8221;.</p>
<p>L&#8217;Europa, intesa come Comunità europea del  carbone e dell&#8217;acciaio (1950) e poi come Comunità economica europea e  Comunità europea per l&#8217;energia atomica (1957) non nasce in ossequio ai  &#8220;mercati&#8221;. Nasce per pacificare le relazioni tra Francia e Germania, e  poi per consolidare l&#8217;aumento di scambi commerciali che il Piano  Marshall e l&#8217;Unione europea dei pagamenti avevano favorito nell&#8217;Europa  post-seconda guerra mondiale. Essa nasce con il dichiarato obiettivo di  migliorare il benessere delle popolazioni europee e per impedire nuovi  conflitti in Europa.</p>
<p>Nessuno, ma proprio nessuno, parlava in  quell&#8217;epoca di desideri (o volontà) dei mercati, di spread, di moneta  unica. Si parlava invece, sin da subito, della dimensione politica  dell&#8217;integrazione europea, da affiancare a quella economica e  commerciale (anzi, secondo Luigi Einaudi, veniva prima la politica poi  l&#8217;economia). Si poneva con forza la necessità di un&#8217;integrazione  politica, della necessità di articolare e coordinare le diverse e  distinte politiche estere. Nessuno poteva immaginare che dall&#8217;Europa  &#8220;dei mercanti&#8221; del 1400 si sarebbe passati a celebrare l&#8217;Europa &#8220;dei  banchieri&#8221; del 2002.</p>
<p>Questo passaggio di scopo, questo  arretramento ideale, che porta a identificare nei &#8220;mercati&#8221; il referente  obbligato delle decisioni dell&#8217;Unione europea, è un arretramento  spaventoso, un impoverimento ideale che non deve essere accettato  supinamente come se fosse scritto nel DNA del processo di integrazione.</p>
<p>L&#8217;Unione  europea è infatti, prima di tutto, la strutturazione in istituzioni e  strumenti partecipativi comuni di una dimensione politica e sociale  continentale. Politica e sociale, ancora prima che economica. Questo è  il suo DNA, non quello che surrettiziamente oggi porta a identificare  nell&#8217;euro, nella moneta unica che è un mezzo per integrare maggiormente  la dimensione economica, un fine assoluto, per il quale ogni sacrificio è  accettabile.</p>
<p>Certo, l&#8217;euro per il suo valore simbolico e per il  suo ruolo di collante integrativo rende accettabile ogni sacrificio, ma  non per politiche economiche che non sono dettate dall&#8217;esistenza della  moneta unica, bensì da interessati attori nazionali e internazionali che  sono collocati fuori dal continente e non hanno mai fatto mistero di  quanto fosse disturbante e detestabile l&#8217;esistenza stessa del processo  di integrazione europeo (e quanto fosse odiosa l&#8217;esistenza dello stesso  euro).</p>
<p>L&#8217;Unione europea è cresciuta sulla coscienza di una  &#8220;diversità&#8221; europea rispetto a modelli esterni a essa: ampia  considerazione per la tutela dei diritti dei lavoratori, sistemi di  welfare integrati e funzionanti finanziati con la spesa pubblica,  ammortizzatori sociali, sistemi di previdenza diffusi e obbligatori,  servizi pubblici con costi ragionevoli (scuola, sanità, alta  formazione). Questa particolarità rende costoso il mantenimento della  concorrenzialità sui mercati internazionali di prodotti che nascono in  un territorio dove il costo del lavoro è elevato. Ma tutto è relativo:  il costo del lavoro è elevato in Europa perché altrove esso è tenuto più  basso comprimendo e limitando la previdenza e i diritti dei lavoratori,  abbattendo i sistemi di tutela e gli ammortizzatori sociali, limitando i  salari, rendendo la spesa pubblica per il sociale una voce pressoché  inesistente. E guai a chi si azzarda a proporre ricette &#8220;europee&#8221;.  L&#8217;esempio di Obama, tacciato nientemeno di &#8220;socialismo&#8221; perché  timidamente ha proposto un larvato sistema di integrazione della spesa  sanitaria a spese del bilancio federale, vale ben più di un lungo  discorso.</p>
<p>Oggi, nel mezzo di una crisi innescata dai  mercati e dalle errate valutazioni delle agenzie di rating, che hanno  speculato sulla supposta solidità di castelli di neve, ci viene imposto  un taglio generalizzato di ciò che, nella dimensione europea, garantisce  la sostenibilità di un modello politico e sociale: la solidarietà, la  partecipazione delle amministrazioni ai servizi essenziali e  fondamentali; si impone un taglio del &#8220;debito&#8221; dicendo che si tratta di  un debito al quale &#8220;tutti&#8221; hanno contribuito e per il quale &#8220;tutti&#8221;  devono oggi pagare.</p>
<p>Il liberismo, la deregulation dei servizi  pubblici, il dominio ideologico del mercato è il seppellimento delle  idealità &#8220;sociali&#8221; dell&#8217;integrazione europea, la morte della sua  idealità politica.</p>
<p>Sappiamo che Mario Monti è stato  commissario alla concorrenza e al mercato interno; quindi ha una  sensibilità accentuata per quanto riguarda l&#8217;integrazione dei servizi a  livello europeo, dovrebbe essere un difensore di un modello che  all&#8217;estero &#8211; e per estero si intende soprattutto il &#8220;dio mercato&#8221; &#8211; è  visto con fastidio e diffidenza. Sappiamo anche che ha dato il suo  appoggio all&#8217;attività del gruppo Spinelli. Non l&#8217;abbiamo mai sentito  però esprimersi con chiarezza su quello che è il nodo fondamentale, tale  da condizionare il futuro dell&#8217;esistenza della costruzione europea: la  moneta unica presuppone e richiede un governo europeo dell&#8217;economia, un  sistema che superi e si imponga sui diversi interessi dei governi  nazionali ma risponda davanti a un parlamento europeo liberamente  eletto. La Banca centrale, organo tecnico indipendente &#8211; come anche la  vicenda di Bini Smaghi dimostra &#8211; non può trasformarsi in governo  politico alle dipendenze del duumvirato &#8220;Merkozy&#8221;, ma deve rispondere  pienamente a una struttura politica rappresentativa che il governo  italiano dovrebbe attivarsi immediatamente per proporre e progettare e  sostenere.</p>
<p>I mercati sono stupidi: come ogni economista sa  bene essi sono dominati dagli &#8220;animal spirits&#8221;, sono il regno della  speculazione e della idiozia ottusa, sono come animalini che seguono la  ciotola del cibo e, se essa finisce in un crepaccio, gli vanno dietro.  Non si può governare, né l&#8217;Italia né l&#8217;Unione, pensando che siano i  mercati a dettare la linea di condotta. Mario Monti e il suo governo &#8211;  qualora nasca &#8211; dovranno fare riforme che colpiscano duramente le  posizioni di privilegio (in primo luogo la politica) e rendano più  efficiente la macchina pubblica, ma che non portino ulteriori colpi allo  stato sociale; l&#8217;Europa pure, se vuole sopravvivere a questa tempesta,  deve riacquistare l&#8217;orgoglio di un modello che non emargina e che non  riduce in povertà le classi più deboli, e deve imparare a dire &#8220;io sono  il mercato, io e il mezzo miliardo di cittadini che vivono nell&#8217;Unione&#8221;.  Essere un modello da imitare, non un pericoloso esempio da sopprimere.</p>
<p>Ma  per fare questo, occorre una precisa volontà di difendere ciò che di  buono è stato fatto negli ultimi sessanta anni, senza cedere al richiamo  del liberismo sfrenato, della macelleria sociale, del &#8220;liberalismo  intelligente e sobrio&#8221;.</p>
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		<title>Intercettazioni d&#8217;epoca</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 19:40:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ma andiamo&#8230; Non ci scandalizzeremo mica perché il berlusca parla di paese di merda? Non è evidente, da ogni suo atto fino a oggi, che considera il paese una merda da schiacciare, spremere, usare a suo piacimento? Perché dovrebbe avere una considerazione maggiore di tutti noi? Tuttavia, la sua affermazione è solo l&#8217;ultima di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="padding-left: 30px;">Ma andiamo&#8230; Non ci scandalizzeremo mica perché il berlusca parla di paese di merda? Non è evidente, da ogni suo atto fino a oggi, che considera il paese una merda da schiacciare, spremere, usare a suo piacimento? Perché dovrebbe avere una considerazione maggiore di tutti noi? Tuttavia, la sua affermazione è solo l&#8217;ultima di una lunga serie che altri statisti e personaggi, in altre epoche, hanno fatto riguardo al Paese reale, ovviamente diverso da quello legale.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Per di più, ogni cosa che sia legale il berlusca la evita come la morte, quindi figuriamoci se usava un eufemismo. Quindi, l&#8217;avvocato Ghedini si è premurato di procurare e diffondere alla stampa una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche dalle quali risulta evidente che il presidente del Consiglio non è stato il primo, né sarà l&#8217;ultimo, a usare espressioni di questo tipo.</p>
<p>Le seguenti intercettazioni sono state tratte dall&#8217;archivio segreto del Quirinale, del Viminale, della P2, del Vaticano, della Lega delle Cooperative, delle Forze Armate, di Disneyland e di Pandora, a riprova di quanto sia stata utilizzata l&#8217;arma dell&#8217;intercettazione nel corso del tempo.<span id="more-423"></span></p>
<p>Intercettazione n. 00024035 &#8211; Archivio segreto del Quirinale</p>
<p style="padding-left: 30px;">Falcone Lucifero &#8211; ministro della Real Casa &#8211; si rivolge al re Umberto II dopo i risultati del referendum del 2 giugno 1946</p>
<p style="padding-left: 30px;">FL: Maestà, il risultato è confermato, ha appena chiamato il presidente del Consiglio De Gasperi per chiedere che cosa ha intenzione di fare.</p>
<p style="padding-left: 30px;">U.II: ma basta là ministro, cosa voglio fare? Basta, me ne vado da questo Paese di merda e mi ritiro a vita privata. Del resto qui a Roma non si riesce neanche a trovare un amaretto decente, e poi è troppo caldo e umido. Non sanno manco fare la ratatouille&#8230;</p>
<p style="padding-left: 30px;">FL: Ma maestà, forse, restando, potrebbe chiedere un nuovo referentum&#8230;</p>
<p style="padding-left: 30px;">UII: no no, basta, me ne voglio andare da questo Paese di merda.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Intercettazione n. 423568 &#8211; archivio del Viminale</p>
<p style="padding-left: 30px;">
<p>Il giorno 10 aprile 1948, Alcide De Gasperi discute con Giulio Andreotti al telefono sull&#8217;eventualità di una vittoria dei socialcomunisti alle elezioni del 18 aprile 1948.</p>
<p>ADG: Allora Giulio, mi pare che stiamo facendo una gran bella campagna elettorale. Poi, con l&#8217;aiuto americano il risultato non dovrebbe mancare&#8230;</p>
<p>GA: Non lo so presidente, certo, la situazione è difficile, ma il potere logora chi non ce l&#8217;ha e noi, per fortuna ce l&#8217;abbiamo. Ma, presidente, e se dovessero vincere?</p>
<p>ADG: Escluso, non lo vedo proprio come una possibilità reale</p>
<p>GA: Ma se succede?</p>
<p>ADG: Ah, beh, allora me ne vado da questo Paese di merda, mi ritiro in Trentino, ma prima chiedo a Gruber di annullare l&#8217;accordo sul Sud-Tirolo e lo faccio annettere all&#8217;Austria: non voglio più essere italiano, pezzo di merda tra pezzi di merda in  questo paese di merda.</p>
<p>GA: e io?</p>
<p>ADG: Giulio, secondo me tu ti troveresti bene restando in Italia. Dovresti essere un trait d&#8217;union, un infilitrato, una quinta colonna, il vaso da notte della DC nel paese occupato dai comunsiti: lo si usa quando ce n&#8217;è bisogno. Tu resti.</p>
<p>GA: grazie presidente, penso che ci sarebbe molto da fare.</p>
<p>ADG Senza dubbio&#8230;</p>
<p>Intercettazione 9863: archivio segreto del Vaticano</p>
<p>Intercettazione ambientale di una conversazione tra il cardinale Agostino Casaroli e il papa Giovanni Paolo II alla vigilia della firma del concordato rivisto del 1984.</p>
<p>GPII: Alora, cardinale, domani si firma il concordata nuovo sì?</p>
<p>CAC: Certo Santità, abbiamo ottenuto grandi cose.</p>
<p>GPII: in quale campi?</p>
<p>CAC: finanziamento del clero, Santità. Il presidente Craxi ha incaricato un suo collaboratore, Giulio Tremonti, di elaborare una sistema che sostituisca la congrua per il sostentamento del clero. Lo hanno chiamato 8 per mille.</p>
<p>GPII: 8 per milla? e cosa è, un nuovo robo strano che prendono 8 sacerdoti ogni mille e le vendano?</p>
<p>CAC: no, santità, è un sistema per prelevare una parte delle imposte degli italiani e darle a noi&#8230;</p>
<p>GPII: ah, interesanta. E Craxi, cosa dire lui?</p>
<p>CAC: ha detto che se il parlamento non ratifica questo nuovo accordo molla tutto e se ne va da questo paese&#8230;di&#8230;</p>
<p>GPII: sì, dichi cardinale Casarola, dichi</p>
<p>CAC: Santità, ha usato un&#8217;espressione molto cruda&#8230;</p>
<p>GPII: TU DICE!</p>
<p>CAC: Paese di merda! Ha detto Paese di merda&#8230;</p>
<p>GPII: Paese di cacca? ah, interesanta. Lui va via da paese di cacca&#8230; E Tremonti?</p>
<p>CAC: No, santità, quello lo lascia qui.</p>
<p>GPII: Ah, bene, a noi serve uomo di fine inghegno e inteligenzo</p>
<p>Intercettazione telefonica n. 7503566545898954566/bis/fasc.28/sfasc.96866/pila29/palazzo522</p>
<p>Telefonata tra Licio Gelli e Silvio Berlusconi</p>
<p>LG: Ciao Silvio</p>
<p>SB: maestro dilettissimo e carissimo, come stai?</p>
<p>LG: hai bevuto? maestro io?</p>
<p>SB: in senso massonico&#8230;</p>
<p>LG: Ah, già. Senti, caro, ho bisogno di un piacere</p>
<p>SB: dimmi dimmi</p>
<p>LG: vorrei investire un poco di soldi in qualche iniziativa fortunata, ma non in Italia, che è un Paese di merda, ma all&#8217;estero</p>
<p>SB: Cayman? Bahamas? Sardegna?</p>
<p>LG: Mah, facciamo Sud America?</p>
<p>SB: Aspetta [rumore di cassetti che si aprono] Ecco, ci sarebbe un&#8217;ottima opportunità in Cile, una fabbrica di guano sulla costa. Potrebbe diventare la maggiore fabbrica di raffinazione di guano del continente.</p>
<p>LG: Ma Silvio, sei matto? C&#8217;è Allende in Cile, un comunista! Un marxista!</p>
<p>SB: Ancora per poco. Guarda ho parlato con un tale, Pinochet si chiama, che ha detto che Allende ha i giorni contati</p>
<p>LG: E chi &#8216;sto Pinochet, un bischero come l&#8217;ultimo che mi hai presentato, quell&#8217;Ortolani là?</p>
<p>SB: Ma no, ma no, persona seria, un militare, gran senso del dovere. Ha detto che se non riesce a buttare fuori Allende se ne va da quel Paese di merda, e si porta via anche tutti i militari suoi amici.</p>
<p>LG: Eh, effettivamente, lì producono solo rame e guano</p>
<p>SB: hahaha</p>
<p>LG: hahaha</p>
<p>Archivio delle forze armate. Intercettazione n. 12, priorità assoluta su ogni priorità assoluta</p>
<p>Conversazione ambientale tra il maresciallo Pietro Badoglio e il cavalier Benito Mussolini, DUCE del Fascismo, capo del govermo. Si parla dell&#8217;assalto all&#8217;Etiopia, fulgida pagina di gloria che gronda mistica esaltazione di maschia forza e decisione che ardisce là dove niuno osò, e se osò, fallì&#8230;.</p>
<p>PB: Duce! Le nostre forze si ammassano al confine nord tra Eritrea ed Etiopia, mentre al sud, il maresciallo Graziani sta facendo il possibile per schierare i reparti al confine tra Somalia ed Etiopia. Domani alle 0600 potrà cominciare l&#8217;attacco, sempre che Graziani sia pronto. Io, Duce, lo sono.</p>
<p>D: Badoglio, ti investo di un compito importante, essenziale. Dobbiamo spezzare le reni agli etiopici affricani (bella questa, me la devo ricordare) e conto su di te. Fa&#8217; il tuo dovere e avanza, avanza sempre. Se non avanzi, dimmelo che ti dò i gas e le armi chimiche per avanzare meglio. Stasera sento Graziani e gli dico le stesse cose. Il primo che arriva ad Addis Abeba, vince un bel premio. E quando io dico bel premio, Badoglio, dico bel premio! Ci siamo capiti?</p>
<p>PB: Duce! Certo duce! Vincerò io il premio, oppure me ne andrò da quel paese di merda lasciando solo rovine e pianto e sangue.</p>
<p>D: Badoglio! Non fare il fesso! E&#8217; il mio impero! Niente rovine, solo pianto e sangue! Ci siamo capiti, spero! Stasera telefono anche a Graziani e gli dico le stesse cose.</p>
<p>PB: Duce! Certo, capito, duce! solo sangue e rovine, niente pianto!</p>
<p>D: BADOGLIO, BOIA D&#8217;UN BOIA FAUS! HO DETTO SOLO PIANTO E SANGUE, lascia perdere le rovine. Hai capito?</p>
<p>DUCE! SIRE! LUCE! MIA LUCE! CERTO HO CAPITO! ROVINE, PIANTO E S&#8230;.</p>
<p>[l'intercettazione finisce qui: il microfono a condensatore si è sciolto per il tono troppo alto delle urla stentoree]</p>
<p>Archivio della base terrestre su Pandora per lo sfruttamento dell&#8217;Uruptanium (courtesy of Mr James Cameron)</p>
<p>Intercettazione tra Turuk Makto (Jack Sully) e Tsu-te prima della battaglia contro i terrestri sul pianeta Pandora, dopo la distruzione dell&#8217;albero-casa</p>
<p>TM: Aki-tu-ku tsu-te marak pad-k-lok sicchi-sicchi-pu (volerò in alto, tanto in alto che si cagheranno in mano)</p>
<p>TT: ariki ariki pupu faktò zezé pipuk (vola in alto amore mio, e falli vergognare di essersi cagati in mano)</p>
<p>TM: rukkirukki vadapuk itzi-ki mitu tezé rollorollo piripititù (poi, quando li ho rispediti nel loro paese di merda, mi unisco a te per sempre, sono stanco di stare sulla sedia a rotelle)</p>
<p>TT: ariki makalo busele peroko kiki puteko atk-lok-liù (va bene)</p>
<p>Archivio di Disneyland</p>
<p>Dialogo tra Paperona De&#8217;Paperoni e il suo disegnatore, Barks, sull&#8217;eventualità di disegnare una storia in cui il deposito viene svuotato di ogni dollarone</p>
<p>PdP: Che cosa? il deposito svuotato?</p>
<p>B: ma dai, Paperone, è solo una storia</p>
<p>PdP: Una storia per te, brutto imbecille, io ogni volta mi faccio venire un infarto e mi devo far rianimare da quella nullità di mio nipote. NoNO NO NO.</p>
<p>B: Insomma, ti disegno io e tu farai cosa voglio io!</p>
<p>PdP: E io me ne vado, lascio questa Paperopoli di merda e me ne vado all&#8217;estero, in un altro mondo. Sono stanco di essere disegnato così. Addio!</p>
<p>Sulla base di queste prove inconfutabili, Berlusconi ha chiesto la comprensione del paese, rassicurandolo ancora una volta: non avrebbe mai trovato altrove un paese dove la gente si fa prendere per il culo così bene e così a lungo, figuriamoci se ha intenzione di lasciarlo&#8230;</p>
<p>Il mondo politico si interroga sulla profondità di queste affermazioni.</p>
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		<title>L&#8217;I(n)chino</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jun 2011 09:47:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>staff</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’insistenza di Andrea Ichino con la quale difende la proposta contenuta in una interrogazione parlamentare’multipartisan’ (aumentare le tasse universitarie offrendo ai non abbienti prestiti d’onore per pagarle) merita una replica che si affianca a quelle di Roberto Ciccarelli (Il Manifesto) e di Francesca Coin (Blog “Rete 29 Aprile” per il Fatto Quotidiano). Sul Manifesto Ichino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’insistenza di Andrea Ichino con la quale difende la proposta contenuta in una interrogazione parlamentare’multipartisan’ (aumentare le tasse universitarie offrendo ai non abbienti prestiti d’onore per pagarle) merita una replica che si affianca a quelle di Roberto Ciccarelli (Il Manifesto) e di Francesca Coin (Blog “Rete 29 Aprile” per il Fatto Quotidiano). Sul Manifesto Ichino interviene nuovamente difendendo la proposta e sarcasticamente invitando a leggerla meglio.</p>
<p>Abbiamo letto tutti l’interrogazione parlamentare presentata in Senato, e tutti abbiamo colto i contenuti ivi descritti. Oggi Andrea Ichino presenta e puntualizza alcuni contenuti che nel testo erano rimasti sul vago, ma è chiaro che se si puntualizza un testo vago, non si può poi prendere cappello contro chi ha criticato la vaghezza: si sia più chiari e precisi e basta. Ad esempio Ichino si premura di puntualizzare che la proposta di pagare le tasse universitarie contraendo un debito da parte degli studenti meno abbienti, prevede la restituzione del debito «solo se e quando» il debitore avrà un reddito sufficiente a ripianare il debito in misura parziale o totale. Quel «solo se e quando» nell’interrogazione non c’è, e a voler essere pignoli non c’è neppure l’indicazione dell’indice di rivalutazione da applicare ai tetti di reddito indicati per la restituzione del debito (24.000 euro per la restituzione parziale e 30.000 euro per la resituzione totale); a volere essere iperpignoli non viene neppure indicato se si tratta di reddito lordo o netto. Insomma, se si propone qualcosa lo si fa con un progetto di legge, non buttando là che magari «si può fare» come fanno in Gran Bretagna. Un progetto di legge coinvolge il parlamento, apre un dibattito, solletica domande e provoca risposte; tirare la giacchetta della mamma Gelmini per suggerire che magari si può fare così o cosà è un modo molto poco ‘politico’ e molto codino di operare.<br />
<span id="more-421"></span><br />
È un modo questo per dire che l’idea è buona e valida? No, è solo un modo per invitare gli Ichino a seguire le strade del confronto dialettico e a non restare vittime dell’esterofilia dilagante che ci vorrebbe tutti cittadini del Vermont o dell’Ohio invece che della Basilicata o della Toscana.</p>
<p>Ma bando alle ciancie: per venire al concreto, dirò adesso perché l’idea non solo è balzana ma anche inapplicabile in Italia.</p>
<p>Prima di tutto, pensare che i tagli del FFO decisi dal governo debbano essere scaricati sulla popolazione universitaria ha un fondo sottile di perfidia. Non è neppure, descritta come la mettono giù gli Ichino, egualitaria. I problemi sono essenzialmente due.</p>
<p>Il primo: l’enorme evasione fiscale che affligge il Paese, della quale gli Ichino sono senz’altro avvertiti. 120 Miliardi di euro all’anno che non arrivano nelle casse dello Stato (e si tratta di una stima) troncano qualsiasi discorso sul fatto che «i soldi non ci sono». Sbagliato, i soldi ci sono, solo che si trovano tutti da una sola parte. Tommaso Padoa Schioppa ebbe a dichiarare che quei soldi, se incassati, avrebbero cambiato il volto dell’Italia, mentre invece, in questa maniera, il tipo di economia italiano è un modello di macelleria sociale: taglio la spesa pubblica, istruzione compresa, perché spendo troppo ma soprattutto perché non riesco a creare un sistema fiscale equo e credibile e, soprattutto, rispettato.</p>
<p>A poco varrà basarsi su criteri reddituali drogati da un tale salasso (più del 10% del PIL nazionale) per decidere se uno studente è parte di una famiglia abbiente o meno abbiente. Sul fatto che sia iniquo che figli di professionisti o imprenditori evasori fiscali possano frequentare l’università a costo zero mentre il rampollo di due ricercatori universitari debba pagare tutta la retta sono certo che Ichino 1 e Ichino 2 saranno d’accordo, così come sarà d’accordo qualsiasi persona di buon senso.</p>
<p>Si tratta di un problema grosso come una casa, che si lega a una serie di svariati problemi accessori che l’accompagnano (scarsa etica pubblica, corruzione diffusa, familismo amorale ecc. ecc.) e che vanno risolti prima di dare completo credito al criterio del reddito dichiarato per dividere i poveri dai ricchi. Problemi che fanno sì che non si possa ragionare, come dice Ichino 2, all’americana: si mettono da parte i soldi per il college del figlio sin da quando è piccolo. In Italia si è sempre ragionato in altra maniera, considerando l’istruzione di base, media e superiore, compresa l’alta formazione, come un diritto della persona e del cittadino che «anche se privo di mezzi» ha il diritto di raggiungere i più alti gradi negli studi, e non come un regalo da fare se arrivi ai 19 anni (e coi tassi di delinquenza in alcune zone di New York, questo può già essere un bel successo, quasi un dottorato). Quindi invito gli Ichino a riflettere sull’assurdità di proporre ricette buone per luoghi dove se non paghi le imposte sei un delinquente pubblico riconosciuto ed esecrato, in luoghi dove gli evasori sono blanditi come persone che «ce l’hanno fatta» (il sonnellino italiano vs. the American Dream). Del resto, questo non significa ammettere che la ricetta britannica o americana sia una panacea neppure nel luogo di provenienza: basta considerare le critiche che sono sorte contro l’indebitamento studentesco crescente in Paesi che peraltro hanno l’istituto giuridico della bancarotta personale, che da noi invece non esiste.</p>
<p>Il secondo problema è meno connotato geograficamente ma dovrebbe avere valenza universale: si parla di tasse universitarie senza considerare il valore che lo studente rappresenta per l’istituzione universitaria e per il suo Paese. Lo studente è una persona, non una famiglia. Il suo valore e le sue capacità dovrebbero essere valutate indipendentemente dal reddito del gruppo familiare di provenienza: magari i tanti bamboccioni che circolano sono tali proprio perché nessuno li considera come svincolati dal nucleo familiare fino a che non si sposano. Lo studente single, da noi, non esiste, ma molti di loro si considerano tali, agiscono come tali, provano un lieve senso di fastidio a chiedere soldi ai genitori per fare ciò che li prepara al futuro, vorrebbero farcela da soli ma tutto li riconduce sempre a essere parte della famiglia di provenienza, una e indivisibile. L’autonomia personale non viene aiutata, e basta parlare con gli studenti per capire che molti di loro sarebbero i primi a essere felici per la fine del familismo istituzionale.</p>
<p>Questo lo si potrebbe fare, da subito, con una piccola regola. In un contesto in cui l’istruzione, di ogni ordine e grado, deve rappresentare un costo certo e prevedibile per la comunità, da mettere in conto non come una spesa ma come un investimento per il futuro, gli studenti migliori, ricchi e poveri, <strong><em>non dovrebbero pagare nulla</em></strong>. Non si parla di pagare le tasse e poi restituirle se hai buoni risultati: si parla di non pagarle se i tuoi risultati dell’anno precedente sono buoni, oppure pagarle se peggiorano. Il fatto di essere bravo e meritevole non dipende dal ceto di provenienza, su questo spero saremo tutti d’accordo visto che facciamo tutti lo stesso lavoro. Avere papà ordinario serve sicuramente ai concorsi – e abbiamo insigni rettori che possono testimoniarlo con la loro stessa esistenza e quella della folta prole in cattedra – ma serve molto meno se durante un esame non sai un tubo e collezioni 18, 22, 24 come se fossero grandi traguardi. Misura rivoluzionaria?</p>
<p>In Toscana, nel secolo scorso, anno di grazia 1984, esisteva una norma che esentava dal pagamento delle tasse universitarie lo studente che, dopo il primo anno (in quello pagavano tutti le loro 150.000 lire annue) esentava dal pagamento delle tasse gli studenti in corso con una media pari a 28/30. Se ricordo bene non eravamo in pochi a goderne i benefici. Gli altri pagavano tasse moderate. I parametri reddituali erano valutati solo se chiedevi un posto letto. Ancora oggi, a distanza di anni, non riesco a pensare un motivo per cassare tale soluzione come incivile, non egualitaria, impraticabile.</p>
<p>Certo, con il governo che taglia di preferenza l’Università e la scuola come costi insopportabili, come mangiatoie di fannulloni e come pericolosi e incomprensibili covi di dissidenti, è una misura inapplicabile. È in un contesto di incomprensibile mollezza e acquiescenza per un’operazione di dimagrimento del settore dell’istruzione e della ricerca che possono nascere le proposte fatte dagli Ichino: più tasse per tutti, ai poveri anche un bel prestito (così si abituano). Chiamarlo «d’onore» non vambia molto la specie della cosa, sempre debito è.</p>
<p>Esiste invece un’altra strada, quello di rivendicare con orgoglio il fatto che l’Università e la scuola sono un costo sociale insopprimibile e fondamentale; strutture nelle quali i docenti devono essere motivati, sottoposti a valutazione e a rigidi controlli di qualità, ma alle quali gli studenti devono poter accedere pagando un costo ragionevole e venendo esentati completamente se danno prova di essere un investimento che vale: «capaci e meritevoli».</p>
<p>Smettere di fare politica e accettare il principio che deve essere lo studente a pagare per un servizio che lo stato sta dismettendo con decisione, è una strada ipocrita, insensata e, guardando a ciò che al contrario succede nel resto dell’Unione europea, soprattutto viziata dal virus dell’esterofilia italica acritica.<br />
Non è far politica, è accettare l&#8217;esistente come ineluttabile e rifiutarsi di tentare di cambiarlo.<br />
Piero S. Graglia</p>
<p>P.S.: resta un dubbio nel leggere i documenti di questa <em>querelle</em>: il senatore PD Ignazio Marino, che figura come firmatario dell’interrogazione nella versione pubblicata sul sito di Pietro Ichino, ha poi firmato veramente questa interrogazione? Il dubbio sorge spontaneo, perché nella versione ufficiale del Senato il suo nome non c’è…﻿</p>
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		<title>La massa degli ignari</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Apr 2011 21:44:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[All’inizio erano coreografici. Nelle loro riunioni dominavano i miti antichi, gli elmi con le corna e gli spadoni sguainati dei popoli del Nord; scorreva molta birra in quelle sagre politiche, molti si ubriacavano e cantavano canzonacce sguaiate, si proclamava l’unicità e l’eccezionalità del ceppo del nord, contrapposto alla mollezza e alla ottusità del sud dell&#8217;Europa. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All’inizio erano coreografici. Nelle loro riunioni dominavano i miti  antichi, gli elmi con le corna e gli spadoni sguainati dei popoli del  Nord; scorreva molta birra in quelle sagre politiche, molti si  ubriacavano e cantavano canzonacce sguaiate, si proclamava l’unicità e  l’eccezionalità del ceppo del nord, contrapposto alla mollezza e alla  ottusità del sud dell&#8217;Europa. Gli oratori, dal palco, ripetevano insulti  e sberleffi ad avversari politici, gli intellettuali della parte  opposta erano ridicolizzati, quelli a favore tollerati ma tenuti a bada  come portatori di uno strano virus dell’intelligenza. Ogni discorso però  si scioglieva nell’osanna al capo, quando interveniva finalmente  sbraitando dal palco sotto l’occhio vigile della milizia di partito  posta a cordone.<span id="more-418"></span></p>
<p>Una descrizione di questo tipo, letta oggi,  richiama alle riunioni agresti della Lega nord per l’indipendenza della  Padania; un cittadino tedesco del 1930 non avrebbe problemi a  individuare in questa descrizione una riunione-tipo del NSDAP, Partito  nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, il partito di Hitler:  “Hinaus mit den welschen Plunder” (via la spazzatura latina) era uno  degli slogan preferiti durante le riunioni del NSDAP, ed era anche il  meno truce. Certo, ce ne corre, direbbe qualcuno. La Lega è democratica.  La Lega respinge la violenza, proclamata talvolta solo come incentivo  collettivo di appartenenza e come vellicamento per rinsaldare lo spirito  combattivo del gruppo/partito. Ebbene, sorprenderebbe forse notare che  non esiste, nei tanti discorsi di Umberto Bossi, una aperta accettazione  del metodo democratico di lotta politica, mentre ampio spazio è stato  lasciato a quella pressoché infinita sequela di provocazioni, battute,  allusioni alla possibilità che la Lega cerchi di opporsi con metodi  violenti a chi in questo paese &#8211; pochi &#8211; ancora tiene alle istituzioni  democratiche e repubblicane.</p>
<p>Nessuno pensa che l’elettorato-tipo  della Lega, piccoli commercianti, ceto medio, qualche professionista,  qualche industrialotto, possa essere realmente in grado di seguire la  strada violenta portata avanti da un partito che</p>
<p>a)   professa la  rivolta eversiva contro lo stato su base falsamente etnica, predicando  l&#8217;indipendenza della padania, entità geografico-etnica che è pura  invenzione politica</p>
<p>b)   organizza milizie di partito, le camicie  verdi (non importa quanto credibili ed efficienti, basta il principio a  sconvolgere uno dei pilastri della lotta politica nell&#8217;Italia  anti-fascista)</p>
<p>c)   propone propri simboli di appartenenza, che  cerca di imporre ovunque, anche sugli edifici pubblici, come strumento  di occupazione dello spazio sociale condiviso</p>
<p>d)   non perde occasione per sostenere tesi xenofobe e razziste</p>
<p>e)   incita all&#8217;odio razziale e religioso.</p>
<p>Il  problema non è quindi se la Lega ha i numeri o meno per mettere in  campo i suoi trecentomila fucili, più volte buttati sul tavolo della  comunicazione politica; il problema è che ci si abitua a determinate  espressioni, ci si indigna e ci si preoccupa la prima volta, ci si  scandalizza la seconda, la terza e la quarta si alzano le spalle ma  intanto il principio, sia tra gli oppositori sia tra i fedeli è passato.</p>
<p>Gli  amministratori locali della Lega, a tutti i livelli, sono sicuramente  delle persone normali dedite a normali attività, ma non per questo sono  immuni dalla piccola-grande domanda: se un domani gli chiedessero se  sono d&#8217;accordo con la deportazione coatta dei migranti clandestini dal  loro territorio, magari con mezzi spicci, che cosa risponderebbero? Se  gli proponessero misure di segregazione razziale nel loro territorio,  sarebbero in grado di opporsi “politicamente”? L&#8217;espressione &#8220;partito  neonazista di massa&#8221; preoccupa o appare eccessiva, ma i dati sono  quelli. Definizioni che possono disturbare o apparire grottesche, ma non  è un’invenzione ricordare la proposta dei sedili riservati agli  italiani sui mezzi pubblici milanesi (l’europarlamentare Salvini); non è  una notizia inventata l’urina di porco versata sul terreno dove si  prevedeva di costruire una moschea senza oneri per lo stato (il ministro  Calderoli); ed è stato un ministro leghista, Caselli, a dichiarare che  “dobbiamo respingere gli immigrati, ma non gli possiamo sparare, almeno  per ora”. Per tacere del Borghezio che è figura notissima all&#8217;Interpol  per le sue frequentazioni eversive internazionali.</p>
<p>Questi esempi  sono eloquenti, perché escono dall’ambito ristretto delle riunioni e  assemblee politiche, dove si sente molto di peggio, ma sono esempi di  come la Lega e i suoi esponenti si pongono nei confronti della società  italiana, non solo degli aderenti. Il sindaco di Venezia o di Torino si  fanno vedere senza problemi accanto a loro perché tutti in questo Paese  felice hanno perso il senso delle proporzioni, accettano senza problemi  lo scempio quotidiano alle istituzioni che i leghisti operano, con la  loro semplice presenza e la loro predicazione politica che incontra la  pancia della gente, non la testa. Vincere le elezioni non è garanzia di  democraticità dei programmi, e amministrare una comunità locale, magari  passabilmente, non assolve dal proporre o accettare o condividere una  visione politica complessiva aberrante e fondata sull&#8217;esclusione, il  conflitto, l&#8217;emarginazione. Per tenere in ordine strade e marciapiedi  non serve un’ideologia; per decidere chi li deve usare, sì.</p>
<p>L&#8217;accettazione  passiva di piccole innocenti parole d&#8217;ordine dal contenuto parzialmente  eversivo &#8211; ma rassicurante &#8211; in un crescendo di esagerazioni e di  insulti, di vilipendio dei simboli repubblicani e dei valori fondanti  della comunità, si struttura in discorso politico complesso,  potenzialmente eversivo. E a quel punto è quasi sempre tardi.</p>
<p>La  Lega è un perfetto esempio di partito nazista di massa. E non spero di  avere torto, spero nell&#8217;intelligenza delle persone che la votano  entusiaste.</p>
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		<title>Domenica 31 ottobre scatta l&#8217;ora legale: panico nel governo</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Oct 2010 00:07:54 +0000</pubDate>
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		<title>PD: ripartire da Spinelli</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Sep 2010 08:06:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>staff</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Le Idee]]></category>

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		<description><![CDATA[Appello di militanti federalisti europei a Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico &#8220;Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto… Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia…, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa&#8221; ﻿ Giorgio Ambrosoli alla moglie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><strong><span style="color: #888888;"> </span>Appello di militanti federalisti europei a Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico</strong></h1>
<p style="text-align: right;"><strong>&#8220;Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori<br />
nei quali noi abbiamo creduto… Abbiano coscienza dei loro doveri<br />
verso se stessi, verso la famiglia…, verso il paese,<br />
si chiami Italia o si chiami Europa&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: right;">﻿</p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Giorgio Ambrosoli alla moglie Annalori</em></strong></p>
<h3><strong>Caro Segretario,</strong></h3>
<p>Come militanti del Movimento federalista europeo, fondato da Altiero Spinelli, e politicamente vicini al Partito democratico, guardiamo con preoccupazione all&#8217;incertezza sempre più evidente, denunciata ormai anche dalla stampa, riguardante l&#8217;identità culturale e il radicamento storico di un partito che intende perpetuare e rilanciare i valori del patto costituzionale con cui è nata la nostra Repubblica, raccogliendo attorno a questo obiettivo il maggior numero possibile di elettori. Il Pd non sembra infatti riflettere adeguatamente &#8211; anche se recenti iniziative appaiono come primi segnali di ripresa &#8211; né sul progetto che esso intende proporre per affermare la propria <em>leadership,</em> né sull&#8217;eredità politico-culturale di cui dovrebbero essere portatrici le sue componenti.</p>
<p>Come è noto, il Pd è nato nell&#8217;ottobre 2007 quale entità nuova, e dunque mirante a introdurre un fattore di trasformazione nel quadro politico nazionale, in parte in risposta all&#8217;affermarsi della cosiddetta seconda Repubblica e in parte per completare il processo di adeguamento al venir meno delle contrapposizioni della guerra fredda, a seguito del tracollo del comunismo.<span id="more-406"></span></p>
<p>Il nuovo partito, richiamandosi a esperienze e modelli statunitensi e perpetuando al tempo stesso concetti di democrazia condivisi sia dagli eredi della Democrazia cristiana più sensibili alle istanze sociali, sia dalla cosiddetta democrazia laica e sia ancora dagli ex dirigenti e militanti del Partito comunista italiano, considerato nella sua originalità e specificità rispetto al regime sovietico, intendeva unire in un solo soggetto politico le forze convintamente eredi della Resistenza e dell&#8217;antifascismo per contrapporle più efficacemente ad uno schieramento moderato sostanzialmente populistico e ideologicamente composito, raccoltosi sotto la guida di un imprenditore fattosi uomo di Stato per un grumo di interessi decisamente lontani da quello collettivo.</p>
<p>Tale disegno, maturato sulla felice esperienza di un dialogo fra laici e credenti impegnati politicamente in una delle realtà più significanti dell&#8217;Italia postbellica, introduceva sicuramente un fattore di chiarezza e di coerente spinta riformatrice nel quadro politico, proponendosi in primo luogo di adeguare, nel rigoroso rispetto della Costituzione, gli schemi dell&#8217;esercizio del potere e della rappresentanza a quelli dei paesi occidentali di più sicura tradizione democratica, tutelando al tempo stesso le fasce meno favorite della popolazione, insieme ai valori egualitari radicati nella cultura dei partiti popolari.</p>
<p>Sulla base di tale impostazione ed affidandosi alle personalità culturalmente più partecipi di tale visione, non a caso ampiamente eredi delle concezioni di Altiero Spinelli, il Pd puntava a garantire una seria e affidabile gestione di governo, seppur contrastata sia dal frammentario rivendicazionismo di residuali aggregazioni partitiche della sinistra, sia dalle persistenti conflittualità interne, dovute, oltre che a rivalità personali, alla incompleta conciliazione delle componenti che avevano dato vita al nuovo partito.</p>
<p>Per la verità, un&#8217;inadeguatezza di fondo risiedeva nel progetto politico stesso del Pd ove questo, nel dichiararsi forza alternativa allo schieramento promotore della seconda Repubblica, finiva per accreditare quest&#8217;ultimo come legittimo antagonista democratico, quando invece nella discesa in campo del cavaliere di Arcore emergevano da sempre elementi inaccettabili di distorsione dei principi, dei valori e della legalità dello Stato nato dalla costituzione repubblicana, dai quali elementi sarebbe stato indispensabile prima o poi liberarsi.</p>
<p>A ben vedere, il Partito democratico era chiamato a proporsi piuttosto come fattore di aggregazione di tutti gli eredi della Costituzione quarantottesca che non di cristallizzazione della contrapposizione fra due compagini, di cui una non risultava pienamente compatibile con lo spirito e i precetti della carta fondativa della Repubblica. Mancava infatti quell&#8217;<em>idem sentire </em>della cosa pubblica su cui, indipendentemente dalle differenziazioni partitiche, si fonda una statualità legittima e condivisa. Del resto, sarebbero stati i fatti, anche recenti, a dimostrare sia la necessità per il Pd di aggregare forze diverse purché animate da quell&#8217;<em>idem sentire</em> di fondo, sia l&#8217;opportunità che a porsi alla guida dello stesso schieramento moderato, convergendo verso il centro, siano elementi compatibili con le tradizioni repubblicane postbelliche, foss&#8217;anche separandosi nel tempo dal Partito democratico, che al processo di riaffermazione dei valori fondanti dell&#8217;Italia nata dall&#8217;antifascismo ha dato insostituibile impulso.</p>
<p>Purtroppo, a tale vocazione, ossia a farsi centro propulsivo del pieno adeguamento della democrazia italiana ai modelli occidentali di funzionamento, nel saldo contesto della carta costituzionale, vero atto di rifondazione dello stato italiano dopo la tragedia del fascismo, il Partito democratico, una volta estromesso (estromessosi?) dal governo, ha finito per rinunciare in misura via via crescente (salvo le recenti, incoraggianti iniziative ricordate in esordio, peraltro ancora incentrate su alleanze, schieramenti e riforma elettorale, che non su programmi e temi identitari).</p>
<p>Alla visione strategica si sono infatti man mano sostituiti: vuoi una politica del giorno per giorno, mirante ad assecondare gli occasionali orientamenti dell&#8217;elettorato, spesso valutati con logiche televisive e demoscopiche; vuoi l&#8217;aspirazione &#8211; peraltro non priva di giustificazioni, seppure, allo stato, non troppo pagante &#8211; a riavvicinarsi alle dinamiche europee di contrapposizione fra socialdemocrazia e conservatorismo liberal-liberistico; vuoi ancora il desiderio dei singoli <em>leader</em> del Pd di perpetuare le proprie posizioni di potere (tradizioni politico-culturali, elettorati consolidati, reti di sezioni e relative infrastrutture, realtà economiche collegate). E questo anche a costo di rilegittimare la dirigenza avversaria, rientrata ai posti di comando, ovvero di mettere ai margini ampie componenti dell&#8217;elettorato, indispensabili al raggiungimento della maggioranza del consenso, che era poi l&#8217;obiettivo originario su cui era stato costituito il partito stesso.</p>
<h3><strong><em>L&#8217;esempio e il messaggio di Altiero Spinelli. Una risorsa fondamentale</em></strong></h3>
<p>Oggettivamente, tra le ragioni di questa inadeguatezza di concezioni e progetti sta per molti aspetti la mancata attuazione di un completo ripensamento della propria storia da parte della componente ex comunista del Partito democratico, la quale ha finito per perpetuare l&#8217;antica renitenza ad una radicale revisione ideologica &#8211; da accompagnare all&#8217;elaborazione di un nuovo manifesto fondativo &#8211; già evidente nell&#8217;epoca di Enrico Berlinguer, malgrado la sostanziale adesione del partito alla democrazia repubblicana e gli orientamenti assunti dall&#8217;allora segretario del Pci. Una renitenza palesemente confermatasi allorché si preferì attendere il crollo del comunismo sovietico prima che il Partito mutasse il proprio nome. Tutt&#8217;oggi si può constatare una ritrosia a prendere in modo circostanziato le distanze dagli errori ripetuti fin troppo a lungo, sia in termini di adesione al comunismo in sé, sia di scelte politiche di fondo, fra cui, determinanti, non solo l&#8217;opposizione alle Comunità europee anni Cinquanta, ma anche al Sistema monetario europeo, alla fine degli anni Settanta, che di fatto avrebbe estromesso per lungo tempo il partito dalla gestione della politica italiana.</p>
<p>Allo stato dei fatti, un pur comprensibile senso di fedeltà alla propria militanza, la consapevolezza dei sacrifici compiuti e del contributo nel complesso offerto alla democrazia italiana, la resistenza psicologica a dissolvere il proprio patrimonio organizzativo e di dotazioni, un qualche grado di settarismo hanno contraddittoriamente concorso ad impedire l&#8217;elaborazione di un rinnovato progetto politico a carattere generale, in grado, tra l&#8217;altro, di valorizzare anche le tradizioni del socialismo democratico e riformista italiano, eredi della prima e della seconda Internazionale, che non possono essere dimenticate o cancellate dalla memoria del movimento progressista italiano. Appare davvero sconcertante, infatti, che grandi figure emblematiche, a partire da Garibaldi stesso, presidente del Congresso della pace, dei diritti dell&#8217;uomo e della federazione europea, riunitosi a Ginevra nel 1867, a Filippo Turati, a Giuseppe E. Modigliani, a Claudio Treves, a Eugenio Colorni, a Pietro Nenni, a Carlo Rosselli e tanti altri risultino del tutto ignorate. E lo stesso può dirsi del pensiero laico e democratico, interpretato da Giuseppe Mazzini a Carlo Cattaneo, da Gaetano Salvemini a Francesco Saverio Nitti, da Ernesto Rossi a Ugo La Malfa e molti ancora, ai quali non viene tributato il dovuto riconoscimento. Eppure, senza una storia onorata e condivisa nessuna forza politica e nessuno stato può dirsi realmente tale.</p>
<p>Purtroppo, ciò che oggi emerge dal Pd è l&#8217;acrobatica conciliazione fra: a) le reticenze ex comuniste, che finiscono per creare il vuoto nel proprio passato, limitandosi al massimo a rivolgere seminascosti tributi di fedeltà a figure come quella di Togliatti, ovvero a inserire nel calderone dei propri riferimenti (vedasi un recente manifesto con cento santini) le personalità più diverse, da De Gasperi a Kennedy, a Gandhi, ma non, per dire, Spinelli o Colorni, ovvero ancora ad appropriarsi di mitologie mass-mediatiche di ascendenza democratico-statunitense, che avrebbero da sempre fatto premio, almeno fra i giovani della generazione postbellica, sulla venerazione dell&#8217;empireo stalinistico-sovietico; b) la crescente marginalità di ex democristiani di sinistra e di cattolici impegnati, convinti di condividere con gli antichi avversari &#8211; in fondo sempre ammirati, ma di fatto ampiamente estranei per formazione, esperienze, memorie, organizzazione &#8211; il senso di dedizione alla causa democratica, repubblicana e social-popolare; c) il protagonismo di chi rimane attaccato alla difesa della tenace tradizione reticente e del &#8220;patrimonio&#8221; accumulato nel tempo, a sua volta insidiato da chi invece preferirebbe una piena conversione al modello di partito democratico e di alternanza di fattezza statunitense, senza troppo riflettere sul proprio passato e senza troppo indagare sulla natura, che verrebbe da definire senza molta esagerazione demago-pluto-escortico-mafionica, non meno che clerico-affaristico-mediasettica, dei propri principali antagonisti; d) la tentazione giovanilistica di rinnovare dirigenti e parole d&#8217;ordine, puntando sul semplice rinnovamento anagrafico come generatore di superamento delle antiche cristallizzazioni e di più vasto consenso da parte del grande pubblico, malgrado il generale invecchiamento della popolazione e dei cittadini votanti.</p>
<p>Ora, a noi sembra che la ricerca di un progetto generale e al tempo stesso l&#8217;affermazione di un radicamento storico della tradizione democratico-costituzionale nel nostro paese, che restano essenziali per emanciparsi dalla società dell&#8217;effimero e confrontarsi con le enormi urgenze del presente, vada effettuata in primo luogo attraverso la piena assimilazione tanto della proposta politico-culturale di Altiero Spinelli &#8211; la costruzione della federazione democratica europea (e dell&#8217;Italia europea in essa) &#8211; quanto della sua esperienza di militante, vissuta da precursore all&#8217;interno della vicenda storica dei movimenti popolari e antifascisti.</p>
<p>Giovane dirigente comunista incarcerato dal regime già nel &#8217;27 e mantenuto in reclusione fino al &#8217;43, il futuro protagonista del primo parlamento europeo eletto a suffragio universale nel 1979 avrebbe maturato in carcere una profonda revisione dei fondamenti del marxismo e del comunismo per giungere a proporre, nell&#8217;ormai celebre Manifesto di Ventotene, scritto in sostanziale di contrappunto con il Manifesto del 1848, la sostituzione del principio della lotta di classe con quello del superamento della sovranità assoluta degli stati e della instaurazione, con metodo costituente, della democrazia federale europea. Tale soluzione sarebbe stata in grado, come effettivamente dimostrato dall&#8217;esperienza storica, peraltro ancora in corso, di garantire la pace permanente, la libertà, lo sviluppo e il benessere dei lavoratori in maniera incomparabilmente maggiore rispetto al cosiddetto socialismo reale, o regime comunista che si voglia definirlo.</p>
<p>Senza entrare in mille dettagli, la partecipazione di Spinelli alla Resistenza europea, la fondazione, nell&#8217;agosto del &#8217;43, del Movimento federalista europeo assieme a personalità di altissima levatura dell&#8217;antifascismo, la sua decisa scelta di campo occidentale (ma sempre contraria ad eventuali progetti egemonici statunitensi) durante la guerra fredda, la sua dedizione infaticabile alla causa della federazione democratica europea, nonché &#8211; fatto notevole per tutta Europa, concordato con Enrico Berlinguer su proposta di Giorgio Amendola &#8211; la sua elezione come indipendente nelle liste del Pci, tanto a Roma e che a Strasburgo (con l&#8217;obiettivo di trasformare l&#8217;assemblea europea in una costituente, ma al tempo stesso di mettere al servizio della causa dell&#8217;Europa federale la notoria, innegabile dedizione dei comunisti italiani), descrivono un arco politico ed esistenziale esemplare. Una mirabile e sicura traiettoria che conferma la sussistenza di un filo conduttore virtuoso, sia pure con ritardi e consapevolezze diverse, all&#8217;interno del movimento operaio e democratico italiano, di cui non si può e non si deve restare dimentichi.</p>
<p>Non solo, giacché l&#8217;impegno per la creazione di istituzioni democratiche europee, con l&#8217;Italia in posizione trainante, ha costituito uno dei più importanti fattori di dialogo e di condivisione di obiettivi generali &#8211; si pensi alla collaborazione di Spinelli con De Gasperi, con Nenni, con Berlinguer &#8211; fra elementi di primo piano delle diverse forze politiche eredi della Resistenza. Tanto che si può affermare che il Partito democratico costituisca oggi il punto di riferimento e di incontro più naturale per chi provenga da quella storia e da quel comune sentire del futuro del proprio popolo, di tutti i popoli europei e del mondo intero, in vista del progresso della umanità e della persona, dell&#8217;uguaglianza e della pace, che costituisce la comune sostanza valoriale dei movimenti popolari del nostro paese e non solo di esso.</p>
<p>Nessuna società politica democratica, del resto, può vivere sulla semplice gestione dell&#8217;esistente, o sull&#8217;appagamento di occasionali istanze dell&#8217;elettorato, rinunciando a proporsi una missione di carattere generale, che costituisca un bene, un fattore di progresso, per l&#8217;intero consorzio umano. Per il Manifesto di Ventotene, scritto insieme a Ernesto Rossi e in collaborazione con Eugenio Colorni &#8211; e non a caso instancabilmente valorizzato dall&#8217;attuale presidente della Repubblica &#8211; la federazione democratica europea costituisce infatti, in primo luogo ed eminentemente, un traguardo di superiore civiltà nella storia del mondo.</p>
<p>Ad onor del vero, va anche osservato che nell&#8217;ultimo Spinelli, il quale aveva pur difeso a spada tratta la validità e l&#8217;affidabilità della scelta europea del Pci, era subentrato nei confronti di quest&#8217;ultimo un senso di delusione per l&#8217;insufficienza dell&#8217;apporto fornito all&#8217;iniziativa costituente lanciata dal nostro &#8220;Ulisse&#8221; (questo il suo significativo nome di battaglia, tra omerico e dantesco) e mirante all&#8217;instaurazione di una completa Unione europea, poi parzialmente istituita con il trattato di Maastricht. Colui che in sede europea viene ufficialmente annoverato fra i Padri dell&#8217;Europa lamentava che il Pci inclinasse semmai ad un proprio cauto inserimento nella &#8220;normalità&#8221; della socialdemocrazia europea, piuttosto che ad abbracciare decisamente la concezione federalista, ovvero quel pensiero politico compiuto elaborato a Ventotene in alternativa al marxismo e reputato in grado di produrre effetti ben più concretamente rivoluzionari di esso.</p>
<p>Sarà stata pure un&#8217;ingenuità dell&#8217;antico dirigente della Fgci formatosi alla scuola leninista, ma a suo avviso il Pci non riusciva a capire di dover finalmente dedicare le sue energie alla nuova causa, profeticamente individuata da un comunista come lui già negli anni più duri del fascismo e reputata tale da dover divenire obiettivo politico primario di un movimento politico pienamente democratico: un movimento desideroso, beninteso, non già di adattarsi al &#8220;gioco&#8221; dell&#8217;alternanza in un contesto nazionale statico, bensì di dar vita al salto di civiltà, all&#8217;innovazione qualitativamente decisiva cui si è accennato poco più sopra. Il Pci continuava invece a oscillare ossessivamente fra passato e presente, fra Est e Ovest, fra realtà concreta e mitologie, fra sentirsi dentro e sentirsi fuori, abdicando al dovere di darsi una visione generale e un progetto politico di adeguato respiro.</p>
<p>Personalmente restiamo convinti che la &#8220;provocazione&#8221; di Spinelli, pur venata di un certo solipsismo proprio dei precursori, resti oggi più attuale che mai, soprattutto tenendo conto che nell&#8217;attuale fase di implosione-decostruzione del sistema politico della cosiddetta seconda Repubblica il Partito democratico, insieme alle forze politiche legate all&#8217;eredità costituzionale, è chiamato precisamente a proporsi un disegno politico di grande portata e non soltanto a prospettare una normale alternanza, in vista della soluzione di singoli problemi affrontabili nello spazio di una o due legislature.</p>
<h3><strong><em>Un patto con gli europei</em></strong></h3>
<p>Ebbene, tale disegno politico complessivo si incentra proprio sul compimento del progetto di unificazione federale dell&#8217;Europa da parte dei paesi e delle forze politiche disposti a dar rappresentanza e istituzioni al popolo costituzionale europeo. E questo non già o non soltanto per la suggestione dell&#8217;obiettivo in sé, oggettivamente virtuoso e affascinante, bensì anche per la consapevolezza, tutta spinelliana, ma radicata già nel Risorgimento, dell&#8217;identificazione fra interesse nazionale italiano ed edificazione della democrazia federale europea, nonché della vocazione italiana ad esercitare un ruolo di mediazione e di impulso in tale direzione.</p>
<p>Anche le recenti vicende della crisi finanziaria internazionale dimostrano quanto abbia giovato alla solidità economica del nostro paese la sussistenza di un quadro istituzionale europeo, mentre la pressione della globalizzazione sui sistemi produttivi lascia temere un inasprimento delle condizioni dei lavoratori, ove non sussista un&#8217;adeguata area di statualità in grado di tutelare i settori più minacciati della società, assicurando al tempo stesso alle imprese l&#8217;efficienza complessiva dell&#8217;ambiente in cui effettuano gli investimenti, al fine di controbilanciare i vantaggi delle delocalizzazioni e fronteggiare la concorrenza internazionale. Non meno importante è promuovere tale area di statualità per evitare, come già succede nel nostro paese, che le vere o presunte esigenze della competizione internazionale impongano un&#8217;egemonia dei venditori-produttori sui consumatori-lavoratori tale da protrarre eccessivamente la giornata lavorativa o penalizzare la natalità e le famiglie, abbassando i salari dei giovani e la protezione sociale, nonché addirittura minacciando di licenziamento le donne in maternità.</p>
<p>Ora, che questi obiettivi siano perseguibili in un quadro puramente nazionale è illusione denunciata da tempo ed evidente ai più, al di là della constatazione che i maggiori paesi europei sono riusciti a tutelarsi parzialmente dagli effetti socialmente devastanti della globalizzazione. Costoro riescono a difendersi meglio degli altri grazie alla loro condizione di forza relativa ed anche alla sussistenza di un mercato unico europeo considerato spesso come &#8220;giardino di casa&#8221;, ma non certo perché possano permettersi di aspirare ad un ritorno alla sovranità assoluta, come dimostrano anche le recenti concessioni in vista della creazione di un sistema europeo di gestione-controllo della finanza e dell&#8217;economia, a dispetto di iniziali affermazioni contrarie, pronunciate all&#8217;insegna del virtuosismo nazionale.</p>
<p>Altrettanto evidente risulta dunque il fatto che il nostro paese, certo non privo di elementi di debolezza strutturale, potrà garantirsi da nuove e forse più imponenti crisi economico-finanziarie, oltre che da attacchi allo stato sociale, solo se l&#8217;Unione europea &#8211; o almeno il suo nucleo più coerente, di cui l&#8217;Italia deve essere assolutamente partecipe &#8211; sarà in grado di proseguire verso una reale unione economica, da affiancare a quella monetaria, che sia dotata degli strumenti politico-istituzionali non soltanto di difesa dell&#8217;esistente, ma anche di rilancio degli investimenti, della ricerca e delle innovazioni tecnologiche. Una Unione, in altre parole, abilitata ad esercitare un ruolo attivo nei settori strategici, se non di proporre un modello di società della conoscenza, della produzione diffusa, della tutela della persona, da imitare nel contesto internazionale.</p>
<p>Per ottenere questo, tuttavia, vale a dire perché sia possibile stringere un patto di natura federale fra i contraenti, è assolutamente indispensabile che sussista non soltanto la determinazione di forze politiche consapevoli e all&#8217;altezza del compito, ma anche un rapporto di fiducia fra i detti contraenti, un <em>foedus</em> fondato sul rispetto rigoroso della legalità, delle regole stabilite e delle procedure concordate, oltre che sulla condivisione delle concezioni della democrazia. Altrettanto evidente risulta a tale riguardo che l&#8217;Italia berlusconiana, rivelatasi ogni giorno di più nella sua natura tanto affaristico-illegale quanto inquinata da insopportabili conflitti di interesse e da insidie al potere costituzionale della magistratura, se non alla Costituzione in sé, non risponde alle esigenze elementari in base alle quali i potenziali, indispensabili <em>partner</em> del processo federale siano disponibili a cedere ulteriori poteri sovrani ad istituzioni comuni. Anzi, ne costituisce un oggettivo, rilevantissimo impedimento.</p>
<p>Il che, pur tenendo conto degli immancabili egoismi particolaristici di ogni società nazionale, risulta comprensibile ed assolutamente giustificato: l&#8217;eventuale sensazione di un peggioramento delle condizioni di legalità del sistema democratico, a questo punto divenuto largamente federale, e pertanto meno controllabile da un singolo paese, indurrebbe una crescente disaffezione dei cittadini nei confronti delle istituzioni dell&#8217;Unione e della democrazia in quanto tale, con effetti che la nostra quotidiana esperienza percepisce ormai, nel nostro ambito, come inaccettabili e devastanti.</p>
<p>L&#8217;Europa, quindi, non può più valere per il nostro paese come puro condizionamento esterno, in grado di indurre comportamenti virtuosi all&#8217;interno. Al contrario deve trasformarsi nell&#8217;impegno attivo e propositivo, in forza del quale il quadro nazionale viene parallelamente e consapevolmente trasformato in fattore esemplarmente trainante della comune costruzione, oggi sempre più necessaria per poter agire come interlocutori del resto del mondo.</p>
<p>Si può peraltro riconoscere che l&#8217;attuale gestione della finanza pubblica italiana, con il presumibile concorso della Lega, abbia evitato la degenerazione dei conti del paese che si era profilata invece nei precedenti governi della destra, quando l&#8217;euro e l&#8217;Europa stessa venivano denigrati e additati come la causa dei mali socio-economici. Tuttavia l&#8217;esercizio del rigore, stante l&#8217;impossibilità, in regime di euro (ovvero di condizionamento esterno), di interventi a carattere inflazionistico ai fini di riequilibrio delle partite di bilancio in funzione dell&#8217;occupazione o degli investimenti, è stato sostanzialmente eseguito mediante tagli alla spesa spesso e volentieri a carico dei settori maggiormente trainanti e produttivi, piuttosto che con una dolorosa azione di trasferimento di risorse da settori parassitari a produttivi. Né di certo è stato perseguito un implacabile &#8211; ma al tempo stesso accorto &#8211; contenimento dell&#8217;evasione fiscale, o si è proceduto alla liberalizzazione di ambiti protetti da legislazioni corporative. Un&#8217;azione questa che è stata compiuta invece da altri paesi &#8211; <em>in primis</em> nel campo fondamentale del rifinanziamento dell&#8217;istruzione e della ricerca, malgrado la crisi &#8211; e che risulterebbe oltretutto meno onerosa se svolta in un contesto di rilancio degli investimenti a livello dell&#8217;Unione.</p>
<p>Si impone in sostanza, da parte del nostro paese, l&#8217;urgenza di un &#8220;patto con gli europei&#8221;, grazie al quale il progresso dell&#8217;integrazione verrebbe scambiato con: a) un coraggioso riassetto della finanza pubblica, unito al rilancio della produttività e degli investimenti; b) un impegno ferreo a emendare la penisola dalle note deficienze organizzative e dagli aspetti inaccettabili di illegalità e criminalità &#8211; ivi compresa la presenza di pregiudicati e indagati, talvolta addirittura per mafia, nel parlamento e nel governo &#8211; che ancora impediscono alla società italiana di essere accolta a pieno titolo nell&#8217;avanguardia del mondo occidentale e di trarne i vantaggi conseguenti, per sé e per gli altri paesi dell&#8217;Unione.</p>
<p>A fronte dell&#8217;attuale continuo, autolesionistico e introflesso battibecco personalistico tra le forze politiche nazionali, tale impegno di riscatto nazionale, di natura risorgimentale e neoresistenziale, compiuto nella coincidenza dei 150 anni dell&#8217;unità d&#8217;Italia e offerto all&#8217;intera Europa, appare l&#8217;unico in grado di conferire al soggetto politico che intenda proporlo e perseguirlo l&#8217;autorevolezza e la giustificazione per agire con determinazione assoluta sulle attuali manchevolezze del paese, in vista del compimento della costruzione della democrazia italiana nel momento stesso in cui essa si rende protagonista dell&#8217;indispensabile raggiungimento dell&#8217;unità politica europea. L&#8217;esperienza dimostra del resto come gli italiani, a suo tempo chiamati a corrispondere la cosiddetta tassa per l&#8217;Europa pur di aderire alla moneta unica, siano disponibili ai sacrifici e al disinteresse, ove collocati in una prospettiva generosa e sanamente patriottica.</p>
<p>Ma tutto ciò è solo un lato della medaglia. L&#8217;altro aspetto, più lusinghiero e incoraggiante, è che i dirigenti del nostro paese, nei decenni del dopoguerra, hanno saputo svolgere un accorto lavoro di promozione della costruzione europea e di mediazione fra gli interlocutori maggiori, rivelatosi in numerose occasioni come indispensabile e decisivo. Si pensi per esempio, al di là del ricordato contributo di Spinelli, alla lontana conferenza di Messina del 1955, o alla determinazione con cui i governi sottoscrissero i trattati comunitari malgrado le opposizioni degli ambienti economico-industriali, o al Consiglio Europeo di Milano del giugno 1985, o alle vicende del trattato di Unione politica e di Unione economico-monetaria (trattato di Maastricht) e si avrà la conferma di tale preziosissimo apporto, volentieri riconosciuto anche in sede europea.</p>
<p>Per ottenere tali risultati, tuttavia, era indispensabile una profonda conoscenza dei principi, dei meccanismi e delle logiche della costruzione europea, laddove oggi sussiste una profonda indifferenza verso tali aspetti, come si può constatare dall&#8217;assenza di riferimenti alla Ue (con cui pure condividiamo una moneta e un mercato unico e tanto altro ancora) negli interventi programmatici, anche recentissimi, di tanti <em>leader</em> politici; dai marchiani errori comparsi sulla più accreditata stampa nazionale in tema di Unione europea, ripetutamente confusa con il Consiglio d&#8217;Europa; o dall&#8217;assenza di un dibattito realistico su tematiche capitali come gli effetti dell&#8217;allargamento dell&#8217;Ue. Soltanto a titolo di esempio, si dibatte all&#8217;infinito, seppur confusamente, sul federalismo interno, con relative minacce di separatismo, ignorando che nel frattempo la moltiplicazione di stati presunti sovrani &#8211; argomento fin troppo spinelliano &#8211; nei Balcani o altrove finisce per deformare sempre di più gli assetti istituzionali dell&#8217;Unione, creando uno squilibrio insidiosissimo fra Europa reale ed Europa formale.</p>
<p>Se non fosse stato per l&#8217;allarme lanciato dalla corte costituzionale tedesca (e ignorato in Italia) in occasione della ratifica del trattato di Lisbona, chi si sarebbe accorto che il peso specifico del voto di un cittadino italiano o tedesco per il Parlamento europeo vale incredibilmente meno di quello di recenti adepti all&#8217;Ue, peraltro prossimi ad essere raggiunti, con ulteriore inaccettabile deformazione, da un vero polverio di altre nazionalità? E non è questa una necessaria, indispensabile riflessione a tutela dei legittimi interessi nazionali, oltre che dell&#8217;irrinunciabile principio democratico &#8220;one man, one vote&#8221;? O si preferisce continuare con il principio &#8220;tanti stati, tanti posti di comando&#8221;, al punto che quasi quasi converrebbe a tutti che la Padania, o il Mezzogiorno, o tutte le regioni del Belpaese diventassero indipendenti? Per lo meno, i posti riservati agli italiani si moltiplicherebbero, insieme al diritto di veto su questioni fondamentali dell&#8217;Unione, tuttora concesso dal trattato di Lisbona ai singoli stati e staterelli.</p>
<p>Insomma, a volersene rendere conto, e a parlarne nei programmi politici, forse l&#8217;occasione per un serio dibattito sulla centralità della questione Europa e per vigorose iniziative politiche al riguardo ci starebbe sicuramente, magari anche chiedendo notizie sul funzionamento della nuovissima struttura della politica estera europea e del ruolo italiano in essa, che risulta evidentemente meno avvincente (provincialismo?, sì, come minimo) rispetto a qualunque minuzia della cronaca politica interna .</p>
<p>In breve, i temi così prospettati e le esigenze generali della società italiana, componente del nucleo fondante dell&#8217;Unione europea, richiedono l&#8217;emergere di una forza politica determinata a non fare del consenso di breve periodo il primo dei propri obiettivi, in vista dell&#8217;occupazione del potere e del sottopotere, bensì a proporsi come fautrice di trasformazioni di lungo periodo e di illuminata emancipazione sociale e culturale, come è proprio dell&#8217;identità migliore e più profonda di tutti i movimenti popolari di ispirazione democratica.</p>
<p>Non c&#8217;è dubbio che le violenze epocali della storia novecentesca, teatro delle ambizioni aggressive delle statualità nazionali, abbiano indotto anche nel movimento operaio reazioni eccessive e totalitarie, inasprendo gli animi delle masse e suggerendo soluzioni implacabili come risposta inevitabile alle conflittualità perseguite da governi che non esitavano a sacrificare milioni di vite umane per i propri disegni egemonici. Oggi è tuttavia venuto il momento di guardare con serenità ed anche spirito di autocritica a quanto accaduto, valorizzando al tempo stesso il patrimonio di sacrifici, valori, elaborazioni intellettuali, spirito di pace e tensioni di emancipazione espressi dai movimenti democratici, proponendo ai giovani e a tutta l&#8217;opinione pubblica l&#8217;indispensabilità di una visione di progresso universale che per tanti aspetti passa oggi per le prospettive indicate dal precursore Spinelli, uno Spinelli per parte sua sempre disponibile alla collaborazione con l&#8217;antifascismo laico e i cattolici &#8220;adulti&#8221;, cui tanto si deve nella vicenda democratica del nostro paese.</p>
<p>Tale progetto deve essere perseguito in maniera realistica e concreta, affermando, in primo luogo, la centralità della cultura, della scienza e della legalità all&#8217;interno di ogni reale azione di progresso, ma anche, aspetto non meno importante, valorizzando le pubbliche istituzioni (locali, nazionali e sovranazionali!), quali sedi di tutela dei diritti di cittadinanza (istruzione diffusa, lavoro, assistenza, previdenza), nonché di intervento per investimenti di interesse collettivo. Lo stato democratico, ai suoi diversi livelli, non va inteso infatti come apparato sovrastante la società, bensì come luogo di espressione della libertà e dello spirito di comunità. Tutti questi elementi costituiscono un requisito essenziale per assicurare gli effetti positivi stessi dell&#8217;economia di mercato e dell&#8217;iniziativa economica privata &#8211; ormai estesa all&#8217;intera dimensione mondiale &#8211; senza per questo subordinare l&#8217;uomo e la società alla ricerca del profitto come unico valore, al dominio straripante di gruppi monopolistici ed entità sovrane, o alle discrezionalità incondizionate dei detentori del capitale.</p>
<h3><strong><em>Un programma per l&#8217;Italia europea </em></strong></h3>
<p>Su queste basi potrà pertanto essere elaborato un programma politico, impostato sui seguenti punti prioritari.</p>
<p>Sul piano istituzionale europeo, è indispensabile promuovere, coinvolgendo università, studiosi, opinionisti, un&#8217;approfondita ricognizione sull&#8217;attuale assetto successivo a Lisbona, al fine di giungere ad una chiara definizione, in primo luogo sul piano dei principi giuridici, della natura di tale assetto, commisto com&#8217;è di elementi intergovernativi, funzionalisti e federalisti, e se esso possa essere accettabile nel lungo periodo, o necessiti sollecite riforme, in grado di assicurare una salda legittimità a esecutivo, legislativo e giudiziario in primo luogo. Che credibilità avrà, a titolo di esempio, una Corte di Giustizia formata da un giudice per ogni paese membro, al punto che fra breve la comparabilmente modesta realtà dell&#8217;Europa ex comunista vanterà una maggioranza di magistrati al suo interno? Approfondimenti da noi promossi hanno sottolineato la non sostenibilità della situazione. E non si corre il rischio, ancora, che il Consiglio rivendichi una maggiore legittimità democratica rispetto al Parlamento europeo, visto che il primo tutela il rapporto rappresentanza-popolazione meglio del secondo, pur escludendo dal proprio seno le opposizioni? Di sicuro il suo attuale presidente lo definisce già come il reale governo economico dell&#8217;Ue. In breve, continuare a compiacersi della pur arguta battuta per cui l&#8217;Ue sarebbe un ermafrodito, e come tale bisogna tenerselo, non convince più nemmeno gli autori di quel motto di spirito.</p>
<p>Si impone insomma l&#8217;urgenza di una riflessione politica e giuridica adeguata, da compiere con il concorso di tutte le forze politiche e intellettuali dell&#8217;Ue, nel contesto di uno spazio pubblico europeo, che è finalmente ora di costruire con adeguati strumenti di dibattito, comunicazione e pubblicizzazione, grazie anche al ricorso alle nuove tecnologie.</p>
<p>Sul piano economico, solo una grande serietà e determinazione dei componenti l&#8217;Unione può consentire, in primo luogo, l&#8217;accreditamento della proposta avanzata dalla Commissione europea, e respinta dagli stati maggiori, in vista dell&#8217;aumento delle risorse proprie dell&#8217;Ue mediante l&#8217;introduzione di prelievi fiscali europei. Inoltre,<strong><em> </em></strong>un piano europeo di investimenti per rilanciare l’economia e favorire la transizione verso un modello di sviluppo sostenibile può essere finanziato con l’emissione di <em>Union bonds</em>, come è stato più volte proposto in passato ed è stato di recente sostenuto anche dal Presidente Barroso nel suo Rapporto sullo stato dell’Unione. D’altra parte, anche la recente decisione di Ecofin di istituire una sessione di bilancio condensata nel semestre europeo, pur utile nella prospettiva di un miglior coordinamento delle politiche fiscali degli stati membri, non è certamente in grado di superare i limiti del metodo di coordinamento, già più volte verificati in passato. In effetti, in assenza di un potere europeo, ogni stato avrà comunque convenienza a comportarsi da <em>free rider</em> e il coordinamento sarà effettivo soltanto nella misura, del tutto ipotetica, in cui vi sarà convergenza delle ragion di stato &#8211; ovvero degli interessi &#8211; dei diversi paesi.</p>
<p>In generale, va rilevato che il deficit democratico dell’Europa ha pesanti riflessi sulla concreta possibilità di attuare in tempi ragionevoli una politica fiscale comune, mirante a fronteggiare situazioni caratterizzate da esigenze di immediatezza ed emergenza, tra cui il sostegno a competitività e sviluppo e il contrasto delle crisi economico-finanziarie. Specie dopo l’ultimo allargamento a 27 stati, è anacronistico che permanga la regola dell’unanimità in materia fiscale. Dieci anni or sono, paventandone le conseguenze, la Commissione propose l’introduzione del voto a maggioranza qualificata almeno per le materie concernenti la previdenza ed il fisco che avessero un impatto evidente sulla realizzazione del mercato unico, ma la proposta non è stata accolta né risulta che sia di nuovo all&#8217;esame.</p>
<p>Per questo motivo, le direttive europee in materia fiscale hanno tempi di gestazione che ne attenuano notevolmente l’efficacia. Basti pensare, soltanto per fare alcuni esempi, alla direttiva sulla tassazione dei redditi del risparmio (diretta ad armonizzarne il sistema di tassazione e a contrastare la consistente evasione transnazionale), che fu inserita nel cosiddetto “Pacchetto Monti” del 1996: varata soltanto nel 2003, contiene una serie di modifiche che ne hanno indebolito la portata, causa il compromesso imposto da una esigua minoranza di stati membri che l&#8217;avevano osteggiata vedendo minacciati i propri interessi nazionali. Eppure Monti stesso, in anni ormai lontani, aveva messo in guardia contro gli effetti socialmente insidiosi della concorrenza fra gli stati, dediti ad attrarre capitali offrendo condizioni fiscalmente competitive: la retribuzione del lavoro, specialmente di quello meno qualificato, avrebbe raggiunto livelli inaccettabili. E si pensi anche alla proposta avanzata dalla Commissione per introdurre una <em>Common Consolidated Corporate Tax Base</em> (la cosiddetta CCCTB, diretta a creare un regime semplice ed uniforme di tassazione delle imprese che operano in ambito europeo), che risale al 2001 ed è tuttora in fase istruttoria nel tentativo di individuare una soluzione gradita alla totalità dei governi nazionali.</p>
<p>Nell’attesa della piena realizzazione dell’Europa federale (che risolverebbe <em>in radice</em> anche questo ordine di problemi), l’Italia dovrebbe farsi promotrice di una modifica dell’attuale sistema di voto delle norme (siano esse direttive o regolamenti) a contenuto fiscale, sostenendo l’esigenza di introdurre meccanismi basati sulla regola della maggioranza, qualificata dal riferimento al numero dei cittadini di ciascuno stato membro, che si avvicinino quanto più possibile al principio <em>“one man – one vote”</em>, assicurando (almeno tendenzialmente) il rispetto del fondamentale principio del consenso al tributo (<em>“no taxation without representation”</em>), pilastro di ogni democrazia degna di questo nome.</p>
<p>Altrettanto indispensabile risulta procedere ad una rivalutazione della proposta monnettiana dell&#8217;Euratom per la gestione di una comune politica energetica, ovvero delle iniziative assunte da Spinelli, tra il &#8217;70 e il &#8217;75 commissario europeo, in tema di tecnologie e ricerca, di promozione di un&#8217;industria aeronautica europea, di creazione di una politica comune dell&#8217;ambiente e di una legislazione comune in materia di: imprese (modello unico di impresa europea: <em>euro-corporation</em>), sicurezza sul lavoro, standard di fabbricazione comuni. Nel complesso, è stato osservato che circa un 60% delle proposte di Spinelli è già stato adottato in sede Ue, confermando la preveggenza e la visione del <em>leader</em> federalista, che già da lungo tempo sarebbe stato opportuno aver fatto proprie.</p>
<p>Appare dunque chiaro, a nostro avviso, che è necessario avanzare al più presto verso una forma federale di elaborazione e gestione delle più importanti politiche dell&#8217;Ue, anche a costo di creare un nucleo ristretto di paesi disposti a bruciare le tappe partendo dalla realtà dell&#8217;Eurogruppo.</p>
<p>In questo ambito, l&#8217;azione svolta dall&#8217;Italia per dare all&#8217;Europa una voce nelle maggiori sedi internazionali andrebbe intensificata, con sensibilità, costanza di orientamenti e dialogo costante con i membri dell&#8217;Unione, assicurando un ruolo di mediazione e di impulso.</p>
<p>Tra i grandi obiettivi che in questo contesto una forza politica, purché dotata di un patrimonio di idee e una carica ideale, è chiamata a perseguire ci sono la soluzione della questione palestinese grazie alla garanzia dell&#8217;Ue; l&#8217;organizzazione di uno spazio euromediterraneo in cui inserire, agendo a livello Ue, Consiglio d&#8217;Europa, Nato, Onu, anche i rapporti con la Russia e la Turchia; la costruzione di una politica estera e di sicurezza della Ue, comprendendo in essa anche il tema dell&#8217;esercito europeo, non meno che quello della presenza della Ue in quanto tale all&#8217;interno delle organizzazioni internazionali; la lotta alla fame nel mondo e il decollo delle aree sottosviluppate; la tutela degli equilibri ecologici; l&#8217;esplorazione dello spazio.</p>
<p>Quanto alle riforme interne al nostro paese e al metodo con attuarle, esse andranno accompagnate da un preventivo, sistematico confronto con quanto disposto nei paesi più rilevanti dell&#8217;Unione, ai quali ci uniscono, come si è detto, la moneta, il mercato unico, le normative comunitarie, il comune assetto istituzionale, etc. Prescindere da questo ambito significa mancare dei riferimenti indispensabili per un&#8217;efficace azione legislativa, quand&#8217;anche fosse caratterizzata da dissenso, a questo punto consapevole, ma pur sempre sottoposto alle comuni normative, rispetto ai <em>partner</em>.</p>
<p>In generale, sussiste la fondata impressione &#8211; corroborata da dati recenti di natura economica, nonché da pur contestati ammonimenti della Banca d&#8217;Italia &#8211; che gli europei, volendo evitare di diventare troppo tedeschi, debbano comunque diventare più tedeschi di quanto siano ora. Vale a dire, al di là dello scherzo, che appare indispensabile procedere ad una attenta valutazione dei criteri che hanno consentito al più grande paese europeo, grande sia in termini demografici che economici, di affrontare con maggior successo degli altri le difficoltà degli ultimi anni, tanto sul piano produttivo che su quello sociale. L&#8217;obiettivo deve essere di imitare tali criteri, ispirati all&#8217;economia sociale di mercato, adottandoli tanto in sede Ue che nazionale. Al tempo stesso varrà la pena di restare in guardia dalle tentazioni del &#8220;beggar-thy-neighbour&#8221;, da taluni rilevate in campo industriale e sindacale in riferimento a certo solipsismo politico-culturale della Repubblica Federale nei confronti del resto dell&#8217;Europa. Un compito, in altre parole, che richiede un&#8217;estrema capacità di riflessione, mediazione ed intervento.</p>
<p>In tale contesto, appare inoltre raccomandabile valutare con i <em>partner</em> il grado di equilibrio ottimale fra intervento pubblico a vario titolo, sia all&#8217;interno degli stati, sia dell&#8217;Unione, e intrapresa privata. Non è detto che la pura liberalizzazione, peraltro spesso non attuata dagli altri stati membri sul piano interno, sia l&#8217;unico strumento di dinamicizzazione della società e dell&#8217;economia, oltre che di tutela dell&#8217;occupazione e del lavoro. Molto si può attendere da programmi di investimento promossi dalla Ue stessa nei settori strategici, sia pure in un contesto di concorrenza fra imprese. Ma la dovuta attenzione deve essere riservata anche ad un altro aspetto costitutivo della costruzione comunitaria: quello della garanzia di un sviluppo equilibrato dell&#8217;insieme dell&#8217;Unione, evitando situazioni monopolistiche ed anche eccessive concentrazioni produttive in singole aree. A titolo di esempio e come spunto di utile riflessione tutto da discutere, sia sul piano industriale che sindacale: mentre Francia e Germania hanno di fatto mantenuto in vita le proprie imprese automobilistiche, il nostro paese ha dovuto se non rinunciarci, almeno fonderle con un grande gruppo statunitense (evoluzione, quest&#8217;ultima, che conferma i legami della società italiana con quella statunitense, ma meritevole di notevoli approfondimenti sia sul piano interno dell&#8217;Ue, ma anche in merito al rapporto Usa-Ue). Ebbene, è possibile immaginare uno sviluppo che non cancelli le specificità nazionali, o di singole aree, mantenendo in accettabile equilibrio ragioni della concorrenza e aspirazioni alla continuità di potenzialità produttive?</p>
<p>Un altro aspetto, da non sottovalutare, è che i nostri maggiori interlocutori europei, quando decidono, come hanno fatto, di aumentare la spesa per istruzione e ricerca in un momento di crisi, si attendono di uscire con un <em>quid</em> di vantaggio rispetto agli altri nel momento della ripresa: ciò significa, realisticamente, che attorno a questi temi si giocano notevoli interessi nazionali, non abbastanza considerati nella loro rilevanza, e che andrebbero affrontati soprattutto con un maggior grado di integrazione, ma anche di responsabilizzazione interna. Appare evidente, fra l&#8217;altro, che privarsi di centri di ricerca e di imprese di primaria importanza depaupera le singole società di saperi, di opportunità per i giovani e persino di motivazioni a dotarsi di un adeguato livello di istruzione professionale ed universitaria.</p>
<p>Fra gli obiettivi del Partito democratico dovrebbe figurare inoltre un grande sforzo nazionale per la riduzione del debito pubblico (che di per sé riduce di alcuni punti percentuali le potenzialità di ripresa), da attuarsi soprattutto mediante una puntuale, metodica razionalizzazione, efficientizzazione e moralizzazione della macchina tanto statale che produttiva, che dei servizi in generale, motivando e responsabilizzando l&#8217;intero corpo sociale, piuttosto che con semplice dirigismo contabile, spesso incline a complicare procedure di spesa e apparati di controllo.</p>
<p>In tema di &#8220;patto con gli europei&#8221;, per un verso va sollecitata una normativa europea, ancor oggi insussistente, al fine del perseguimento della criminalità organizzata, avvalendosi delle esperienze acquisite dalla magistratura e dalla legislazione italiana nella lotta contro la mafia; per un altro verso, l&#8217;Italia dovrebbe almeno recepire, cosa che non ha ancora fatto, le normative europee per la confisca all&#8217;estero dei beni esportati dalle organizzazioni criminali, come ha recentemente denunciato la commissaria Reding; per un altro ancora, sarebbe auspicabile consentire ai <em>partner</em> una ricognizione profonda del caso italiano e l&#8217;individuazione di strumenti, anche di tipo sovranazionale, per la repressione di tali fenomeni, che coinvolgono problematiche non di pura valenza giudiziaria, ma anche di <em>intelligence</em> da parte dei servizi di sicurezza di singoli paesi (nulla di male ci sarebbe ad istituire una figura di controllore europeo dei fenomeni mafiosi). Nel &#8220;patto con gli europei&#8221;, che consentirebbe del resto un incremento degli investimenti nel nostro paese, andranno anche previsti impegni come quelli per il pagamento in tempo debito delle fatture, per il contenimento dell&#8217;economia sommersa e dell&#8217;evasione fiscale, per il controllo sull&#8217;esportazione di capitali, etc.</p>
<p>Altre tematiche, dalla sanità alla previdenza sociale, al sistema pensionistico, alla formazione vanno affrontate con una chiara visione europea.</p>
<h3><strong>Caro Segretario,</strong></h3>
<p>nel concludere questo nostro appello, sottolineiamo che l&#8217;attuale carenza di iniziative di respiro europeo da parte dei <em>leader</em> dei maggiori paesi dell&#8217;Ue esige un sovrappiù di impegno da parte del nostro e dal Pd in particolare, i quale, sia pure sul piano simbolico, che non è mai trascurabile, farebbe bene a inserire nelle proprie insegne, al momento piattamente nazionali, almeno un accenno grafico ai colori dell&#8217;Unione europea.</p>
<p>Quanto ad Altiero Spinelli, recenti sviluppi all&#8217;interno del Parlamento europeo registrano lo sviluppo di aggregazioni e proposte politiche direttamente ispirate al suo messaggio e al suo esempio. Sarebbe a dir poco auspicabile che il Pd, invece di restare scavalcato, raccogliesse con grande risalto l&#8217;eredità dell&#8217;antico confinato antifascista di Ventotene: diventerebbe in questo modo il primo grande partito italiano, e presumibilmente dell&#8217;Unione, a fare dell&#8217;obiettivo della federazione democratica europea il suo fattore fondativo, profondamente innovatore ed epocale al tempo stesso, per il suo radicamento di lungo periodo nella storia dei movimenti popolari e per la prospettiva offerta di un miglioramento decisivo della civiltà umana.</p>
<p>Restiamo del resto profondamente convinti che il progetto dell&#8217;Italia europea sarà in grado di fronteggiare i pericoli di separatismo e di frantumazione del tessuto connettivo interno del paese provocati dagli egoistici, torbidi e ciecamente introflessi conflitti di interessi particolaristici e di potere personale che hanno caratterizzato questi anni da dimenticare.</p>
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		<title>Il tempo del ricordo, il ricordo del tempo</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 01:31:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>staff</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un mio caro amico, ieri sera, mi rimproverava blandamente perché me l&#8217;ero presa con Cossiga e con la sua figura nel momento della sua morte. Non è elegante, mi diceva, prendersela coi morti, sia perché non si possono difendere sia perché, in ogni caso, ciò che hanno compiuto è ormai stato già giudicato sul momento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.pierograglia.eu/wp-content/uploads/2010/08/giorgiana.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-402" title="giorgiana" src="http://www.pierograglia.eu/wp-content/uploads/2010/08/giorgiana.jpg" alt="" width="200" height="272" /></a>Un mio caro amico, ieri sera, mi rimproverava blandamente perché me l&#8217;ero presa con Cossiga e con la sua figura nel momento della sua morte. Non è elegante, mi diceva, prendersela coi morti, sia perché non si possono difendere sia perché, in ogni caso, ciò che hanno compiuto è ormai stato già giudicato sul momento e ancora più verrà giudicato successivamente dagli storici. A che pro quindi continuare a ricordare i limiti di una persona e del suo operato prima che la storia abbia posto il sigillo del &#8220;vero&#8221; sulle diverse vicende?</p>
<p>E&#8217; un caro amico, forse l&#8217;unico vero che ho, che conosco da tanti anni, quindi le sue osservazioni mi hanno imbarazzato perché non le potevo liquidare con un&#8217;alzata di spalle rifacendomi a vecchi slogan e a vecchi stereotipi. Ci ho dovuto pensare per rispondere; e pensare aiuta, sempre, anche se lo si fa con riferimento a cose che si sentono particolarmente.</p>
<p>La storia, gli ho detto, non è un tribunale, e la presunzione di innocenza in quel caso non funziona, perché tanto ormai il reo è morto, quindi il reato, se c&#8217;è stato, si è estinto con il suo autore. La storia vuole offrire alle persone una trama di memoria generale da mettere a confronto con il proprio vissuto, scendendo anche nel particolare, certo, ma senza pretendere di dare giudizi pro o contro qualcuno in maniera netta. Dal momento che il mio amico è un pubblicitario, gli ho dovuto spiegare il mio punto di vista con un esempio macroscopico. Hitler, gli ho detto, è stato oggetto di storia già mentre era ancora in vita. Storia agiografica, certamente, ma neppure tanto. Nella convinzione generale della buona borghesia tedesca non ebrea, Hitler aveva portato ordine e progresso e lavoro, aveva allontanato la rivoluzione sociale, aveva sottomesso le masse popolari al mito della patria e della razza. Aveva dato un senso alla Gleichberechtigung (la parità dei diritti) con le altre nazioni europee, riportando la Germania a un posto di prestigio. Il consenso verso di lui era reale e massiccio, tolti quelle poche migliaia di dissidenti e gli ebrei che venivano emarginati dalla società tedesca, allontanati con la forza, sovente uccisi ma non ancora con i metodi della soluzione finale. Quando nel 1935 viene fatto il plebiscito nella regione della Saar per decidere se essa doveva tornare a essere tedesca, diventare francese o restare sotto la tutela della Società delle Nazioni come era stato fino a quel momento, il 90% dell&#8217;elettorato scelse Hitler. Un elettorato in gran parte fatto di operai e minatori, in una regione particolarmente industrializzata e storicamente una delle roccaforti &#8216;rosse&#8217;. Un evento che dà da pensare quando si parla del &#8216;consenso&#8217; al nazismo. Lo storico deve essere influenzato dal giudizio morale per ciò che ha fatto Hitler? Certamente sì, è una questione di sensibilità umana, nello stesso tempo però deve tenere conto dello scenario interno tedesco e dei sentimenti che attraversavano l&#8217;opinione pubblica dal 1933 al 1945 per rendere compiutamente il servizio alla &#8216;verità&#8217;.</p>
<p>Ecco, continuavo, con Cossiga sta succedendo lo stesso, ma in direzione esattamente opposta: si usa solo il registro della retorica di stato, della classe politica che si autocelebra, e si dimentica di ricordare l&#8217;azione che Cossiga, con il suo collega Andreotti, ha fatto sia come ministro dell&#8217;interno, sia come presidente del Consiglio e infine come presidente, per rendere oscure e ancora meno intelleggibili momenti e vicende della storia italiana. Vicende che non sono costate solo proteste, cortei, manganellate, ma morti, stragi, offese diffuse e continue al tessuto sociale e civile del Paese.</p>
<p>Questo io contesto della celebrazione di Cossiga: non volersi neppure per un attimo confrontare c0n ciò che Cossiga ha fatto durante il suo operato di uomo politico, stendendo il velo mieloso del ricordo dolciastro e buono in valore assoluto, come si faceva con i capi sovietici stesi nel catafalco in un tripudio di bandiere rosse e mazzolini di fiori. Gli inglesi chiamano questo atteggiamento &#8220;brownlicking&#8221;, che potrebbe essere reso con qualche approssimazione con &#8220;leccamerdismo&#8221;, e brown-licker, leccamerda, sono quelli che se ne rendono responsabili. Un&#8217;azione che non sempre è consapevole, ma che nel momento in cui diventa l&#8217;atteggiamento da tenere in generale, addormenta ogni capacità critica.</p>
<p>A questo giochetto non si è sottratto nessuno, neppure esponenti dei partiti che non stanno al governo (tecnicamente, l&#8217;opposizione; tale solo di nome).</p>
<p>Il mio amico a questo punto ha interloquito dicendomi: &#8220;allora bisogna attendere lo storico che scopra i campi di sterminio, così come per Hitler&#8221;. No, i campi di sterminio li conosciamo già, conosciamo a memoria certe espressioni e certi giri di parole per mascherare i fatti; sappiamo grazie a giudici che non hanno voluto leccare ciò che non ritenevano cioccolata, ciò che è successo a causa di alcune cricche di persone; abbiamo anche avuto coraggiosi esponenti dell&#8217;opposizione dell&#8217;epoca che hanno dato un contributo importante, un nome per tutti: Tina Anselmi. Quindi chi sceglie il conformismo o, peggio, sceglie di dire che gli scheletri nell&#8217;armadio ce l&#8217;hanno tutti e non solo la vecchia Dc, compie un&#8217;atto doppiamente odioso: prima perché porta il cervello all&#8217;ammasso, secondo perché accetta la vulgata che, di norma, precede sempre la ricostruzione storica obiettiva ma, purtroppo, talvolta la sostituisce completamente.</p>
<p>A quel punto gli ho fatto l&#8217;esempio dell&#8217;inchiesta di Remondino nell&#8217;agosto 1989, su P2 e Cia e sui legami destabilizzanti tra servizi americani e politica italiana. Un coraggioso servizio che costò il posto al direttore del Tg1 Nuccio Fava, sostituito in gran fretta da &#8230; Bruno Vespa (sì, lui, il maggiordomo del potere), e che provocò una levata di scudi da parte nientemeno che del presidente del Consiglio Andreotti, che in Parlamento si scaglio con veemente cattiveria contro i giornalisti che non verificavano le fonti. Gli italiani non sanno, forse non hanno mai saputo, che le fonti di Remondino non erano solo Brenneke, l&#8217;agente Cia che aveva confidato i suoi segreti, ma gli atti processuali che avevano visto Brenneke in giudizio contro la sua agenzia (il governo degli Stati Uniti) e lo aveva visto vincere: ciò che aveva detto era vero, la giuria popolare lo ripeté per ben sessanta volte.</p>
<p>Ma oggi quell&#8217;inchiesta, vilipesa anche dal presidente Cossiga, nessuno la ricorda più, e la vulgata sta proponendo altro. Immagini, gli ho detto, cosa succederà quando morirà Andreotti? Che monumento di grazia e saggezza gli verrà elevato?</p>
<p>Vedi, gli ho detto, tutti pensano che la storia sia un qualcosa che svolazza e colpisce casualmente riportando ordine nelle cose a distanza di tempo, ma non è così, ciò che si sta facendo in Italia oggi è peggio di ciò che è stato fatto dopo il fascismo (e non è detto che le due operazioni non siano in qualche modo collegate): proporre un&#8217;idea di paese talmente artificiosa e artefatta, talmente zuccherosa che scompare la memoria del singolo. Se il singolo non ritrova nella memoria condivisa i suoi ricordi, vive un&#8217;alienazione, viene spinto a modificare il suo ricordo. Questo sta succedendo, e visto che la storia non la scrivono gli angeli ma gli uomini, ed è pensabile che la storia italiana la scriveranno ancora per parecchio tempo gli italiani stessi, è bene tutelare la molteplicità dei ricordi, e non cedere alla tentazione di uniformare tutto al ricordo ufficiale, voluto da chi detiene pro tempore il potere e non vuole che sopravvivano memorie alternative. Il dovere del ricordo è la prima cosa da tutelare oggi, così come i primi socialisti, alla fine dell&#8217;Ottocento, sentivano istintivo il bisogno di racontare le loro lotte perché non venissero lasciati alla ricostruzione dei mattinali di polizia.</p>
<p>Per questo ho attaccato la memoria di un morto. Per questo continuerò a cercare amici che sappiano condividere con me qualcosa che sia più di una semplice birra: il ricordo dei tempi che sono andati, la nostra versione dei fatti, il tempo lungo del ricordo.</p>
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		<title>Cossiga è morto. E allora? Non gli hanno mica sparato&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 22:08:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8230; A Giorgiana Masi invece sì, e anche a Pierfrancesco Lorusso. Uccisi entrambi nel 1977 da proiettili sparati forse da poliziotti. Lorusso da un carabiniere, che fu visto sparare da testimoni, ma che poi fu processato e prosciolto per l&#8217;impossibilità di ritrovare il proiettile e certificare con perizia balistica la provenienza dalla sua pistola. Giorgiana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.pierograglia.eu/wp-content/uploads/2010/08/autonomocossiga.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-393" title="autonomocossiga" src="http://www.pierograglia.eu/wp-content/uploads/2010/08/autonomocossiga-300x298.jpg" alt="" width="300" height="298" /></a>&#8230; A Giorgiana Masi invece sì, e anche a Pierfrancesco Lorusso. Uccisi  entrambi nel 1977 da proiettili sparati forse da poliziotti. Lorusso da  un carabiniere, che fu visto sparare da testimoni, ma che poi fu  processato e prosciolto per l&#8217;impossibilità di ritrovare il proiettile e  certificare con perizia balistica la provenienza dalla sua pistola.  Giorgiana Masi si disse da poliziotti confusi tra i manifestanti. Per  questi fatti, e non solo per questi, l&#8217;allora ministro dell&#8217;interno  veniva raffigurato da Forattini (all&#8217;epoca ancora vignettista  politicamente impegnato in grado di far ridere e sorridere) come un  autonomo &#8216;finto&#8217;, con tanto di maglione, capelli lunghi, tascapane a  tracolla e P38 in mano.<span id="more-392"></span></p>
<p>Tanto per dare un&#8217;idea del clima del tempo  in calce allego un&#8217;intervista rilasciata da Cossiga al quotidiano La  Repubblica, nato appena l&#8217;anno prima.</p>
<p>Ma il gusto della  provocazione e dell&#8217;infiltrazione dei movimenti l&#8217;algido Cossiga non  l&#8217;ha perso nel tempo. Poco tempo fa, alla fine del 2008, rilasciò  un&#8217;altra intervista di commento alla mobilitazione dell&#8217;onda  universitaria e scolastica contro i provvedimenti di tagli finanziari  presi dal ministro Gelmini. Ecco che cosa raccomandava, come strategia  il presidente emerito della Repubblica: &#8221;In primo luogo lasciare  perdere gli studenti dei licei, perche&#8217; pensi a cosa succederebbe se  unragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente  ferito&#8230;&#8221;.&#8221;Lasciar fare gli universitari &#8211; ha continuato &#8211; Ritirare  le forze dipolizia dalle strade e dalle universita&#8217;, infiltrare il  movimento con agenti provocatori pronti a tutto,e lasciare che per una  decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle  macchine e mettano a ferro e fuoco le citta&#8221;&#8217;. &#8221;Dopo di che, forti del  consenso popolare, il suono delle sirene delleambulanze dovra&#8217;  sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri&#8221;, ha affermato  Cossiga. &#8221;Nel senso che le forze dell&#8217;ordine non dovrebbero avere  pieta&#8217; e mandarli tutti in ospedale &#8211; ha continuato &#8211; Non arrestarli,  che tanto poi imagistrati li rimetterebbero subito in liberta&#8217;, ma  picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano&#8221;.  &#8221;Soprattutto i docenti &#8211; ha sottolineato &#8211; Non dico quelli anziani,  certo, ma le maestre ragazzine sì&#8221;.</p>
<p>Nell&#8217;ottobre 2008 io ero in  prima linea tra i docenti uiversitari che protestavano a Milano; il 22  ottobre feci anche la prima lezione in piazza a Milano, in piazza Duomo,  con 400 studenti e senza disordini. Una forma di protesta civile e  consapevole che venne letteralmente insozzata dalle parole di un vecchio  balordo che non meriterebbe, oggi come allora, neppure una lacrima di  cordoglio o finanche di considerazione.</p>
<p>Cossiga stava alla  democrazia e al libero dibattito democratico come un diabetico sta alla  Sacher Torte, era un uomo di una pochezza intellettuale, di una  cattiveria umana e di una sfrontatezza istituzionale unico nel suo  genere. Pochi forse si ricordano perché lo chiamavano il picconatore, ma  quelli della mia generazione, coetanei della Masi e di Lorusso lo  ricordano benissimo: le esternazioni ai tempi di Gladio e di  tangentopoli, difendendo l&#8217;organizzazione Stay Behind in seno alla Nato  come benemerita per la libertà e la democrazia e paragonandone i membri  a  coraggiosi partigiani, e profondendo fiumi di populismo ante litteram  nel caso di tangentopoli. Per Cossiga lo scandalo di Tangentopoli era  funzionale al travolgimento della classe politica italiana, soprattutto  DC, e venne orchestrata da qualche grande vecchio che stava alla base di  tutto e che aveva interesse al cambiamento traumatico.</p>
<p>Oggi è morto e io sono dolorosamente indifferente.</p>
<p>Sono  indifferente al fatto che abbia terminato la sua esistenza terrena  soffrendo e penso che, guardando un domani con l&#8217;occhio dello storico il  suo operato, nessuno, anche il più codino e asservito pennivendolo  potrà mai dichiarare che si è trattato di un grande politico. Il suo  posto è tra le migliaia di reazionari cinici e senza scrupoli che  affollano la storia italiana, da Bava Beccaris a Berlusconi.  Nient&#8217;altro, nulla di più. Ma mi dà però dolore pensare al profluvio di  retorica che ci sommergerà, tra oggi e domani e dopodomani, in ricordo  del grande uomo, del politico di razza, del grande provocatore. E  sicuramente non una parola per le vittime di Cossiga ministro  dell&#8217;interno e politico che navigava con sicurezza nella melma della DC  anni Settanta e Ottanta. Del resto, leggete la sua intervista poco  sotto, e vi renderete conto della doppiezza, delle falsità e dei limiti  di un uomo che giustifica agenti in borghese infilitrati nelle  manifestazioni, agenti che sparavano e uccidevano, come &#8220;possibili  errori&#8221;.</p>
<p>___________________</p>
<p>Roma, giovedi 26 maggio 1977</p>
<p>Signor ministro, <a href="http://www.pierograglia.eu/wp-content/uploads/2010/08/autonomocossiga.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-393" title="autonomocossiga" src="http://www.pierograglia.eu/wp-content/uploads/2010/08/autonomocossiga-300x298.jpg" alt="" width="300" height="298" /></a>PROVI A DIFENDERSI</p>
<p>di Eugenio Scalfari</p>
<p>Signor ministro, com&#8217;era la piazza ai tempi di Scelba? E oggi? Com&#8217;è oggi? Molto cambiata?</p>
<p>&#8220;Oh, sì, molto cambiata&#8221;.</p>
<p>Più pericolosa?</p>
<p>&#8216;&#8221;Molto più pericolosa. Non c&#8217;è confronto con quanto succedeva allora&#8221;.</p>
<p>Il  ministro dell&#8217;Interno, Francesco Cossiga, purtroppo per lui e  soprattutto per noi, in compagnia del terrorismo e della criminalità  politica e comune passa ormai l&#8217;intera giornata. Passa le ore a studiare  i testi delle Brigate rosse e dei Nap [nuclei armati proletari, ndr],  legge tutta la &#8220;letteratura&#8221; della sinistra rivoluzionaria, si aggiorna  su come sono organizzati i servizi di &#8220;intelligence&#8221; negli Stati Uniti,  in Gran Bretagna, in Francia, in Urss, in Germania, elabora gli  organici, prepara piani d&#8217;emergenza, discute l&#8217;armamento della pubblica  sicurezza. Insomma, una vita d&#8217;inferno. Ma lui se la prende abbastanza  con calma. Capelli e basette gli si stanno imbiancando, dietro le lenti  gli occhi sono acuti e un po&#8217; ironici. Fouché sta diventando il suo  modello?</p>
<p>&#8220;Ai tempi di Scelba&#8221; dice Cossiga &#8220;c&#8217;erano grandi  manifestazioni di massa, lavoratori, studenti, popolo, inquadrati dal  Pci e dai sindacati. Dimostravano per affermare una linea politica.  Dimostravano contro il governo, contro la Dc, contro la Nato, contro i  &#8220;padroni&#8221;. C&#8217;erano scontri con la polizia, ma la polizia non era il  nemico, non era l&#8217;obiettivo della manifestazione: era un ostacolo da  superare, punto e basta. Le masse che intervenivano a quelle  manifestazioni erano disarmate, lo scontro era fisico: quantità contro  quantità. Perciò per disperdere i cortei la polizia si serviva dei  manganelli, dei calci dei fucili, caricava con le camionette. Era  insomma, da una parte e dall&#8217;altra, una violenza di altra specie. Se si  vuole, una violenza paesana&#8221;.</p>
<p>E adesso?</p>
<p>&#8220;Adesso  è tutto diverso. Lo scontro fisico di massa non c&#8217;è più, il manganello  non serve più quasi a niente. E per i «pistoleros» della P 38 la polizia  non è un ostacolo di percorso ma è l&#8217;obiettivo, il solo obiettivo. Lo  scopo del corteo, per loro, è di sparare sulla polizia e di fare in modo  che anche la polizia spari. Questo è il massimo risultato che si  propongono di raggiungere&#8221;.</p>
<p>E la polizia spara.</p>
<p>&#8220;Per  forza. Quando è aggredita risponde. Che può fare? Di solito usiamo i  lacrimogeni, ma non sono di grande efficacia. Fanno un gran fumo, al  riparo del quale i «pistoleros» si nascondono anche meglio e portano  anche meglio a termine le loro imprese criminali. Ora si sta studiando  un gas lacrimogeno senza fumo. Spero che tra poco sarà in dotazione&#8221;.</p>
<p>E poi avete le squadre in borghese&#8230;</p>
<p>&#8220;Nessuna  squadra in borghese. quando ci sono problemi di ordine pubblico la  squadra mobile e la squadra politica mandano alcuni agenti in borghese  per individuare i reati e i rei, cosa che i reparti in divisa non  possono fare perchè debbono pensare a sostenere lo scontro o a  impedirlo. Squadre speciali non esistono nella polizia italiana&#8221;.</p>
<p>Lei afferma che gli agenti in borghese debbono limitarsi ad un&#8217;attività investigativa. È così?</p>
<p>&#8220;Esattamente cosi&#8221;.</p>
<p>Recenti  documenti fotografici provano il contrario. Quegli agenti in borghese  caricano, pistola in pugno, insieme ai reparti. Lei comprende, signor  ministro, quali incidenti tragici ne possono derivare.</p>
<p>&#8220;E  vero. Possono esser stati commessi errori. Per esempio l&#8217;esperienza  c&#8217;insegna che mandare agenti della squadra mobile in occasioni del  genere è un errore. Perciò non li manderemo più. Un altro errore, di  natura tattica, è d&#8217;impiegare, in quelle occasioni, le auto della  &#8220;Volante&#8221;. Sono auto isolate, spesso vengono accerchiate, gli uomini  s&#8217;intimoriscono e possono commettere eccessi di legittima difesa. Non  impiegheremo più neanche le &#8220;Volanti&#8221; nei momenti caldi dell&#8217;ordine  pubblico&#8221;.</p>
<p>Signor ministro, il 12 maggio a Roma, quando ci  fu la manifestazione dei radicali che poi degenerò in scontri con gli  autonomi, la polizia fu molto dura &#8220;a freddo&#8221;. Su questo punto tutte le  testimonianze sono concordi&#8230;</p>
<p>&#8220;Gli uomini erano inaspriti&#8230;&#8221;.</p>
<p>Capisco, gli uomini erano inaspriti, ma i capi non fecero nulla per ricondurli ad atteggiamenti più responsabili.</p>
<p>&#8220;Non  è vero. Ho seguito minuto per minuto quanto avveniva nella sala  operativa della questura; posso confermare che il questore in persona  dette più volte disposizioni di lasciar defluire i dimostranti senza  chiuderli nei vicoli del centro. E poi, questa pretesa durezza non ebbe  alcuna conseguenza drammatica, fino a quando gli autonomi cominciarono a  sparare su ponte Garibaldi&#8221; [dove venne colpita Giorgiana Masi].</p>
<p>Non sarebbe stato meglio consentire la manifestazione a Pannella? Magari non a piazza Navona?</p>
<p>&#8220;La  richiesta di farla a piazza Navona era perentoria. Non c&#8217;erano  alternative. Quanto a noi, sapevamo positivamente che gli autonomi  sarebbero intervenuti con intenzioni aggressive. In quelle condizioni  era impossibile derogare al divieto&#8221;.</p>
<p>Lei ha visto che il  l9 maggio il movimento studentesco ha disdetto la manifestazione e anche  gli autonomi vi hanno rinunciato. Come giudica questo comportamento? È  subentrata una fase di riflessione e di maggiore responsabilità? Si può  sperare in una diminuzione della violenza?</p>
<p>&#8220;Nessuno se lo  augura più di me, ma non mi faccio illusioni. Può darsi, anzi è  probabile, che gli studenti si stiano rendendo conto del vicolo cieco in  cui il movimento si è cacciato per colpa delle frange violente. Ma che  ci sia un ripensamento da parte degli autonomi, lo escludo. Il 19 maggio  a Roma hanno solo capito che non potevano tendere ancora la corda senza  spezzarla. D&#8217;altra parte, proprio quello stesso giorno ci furono  incidenti assai gravi a Padova e le bombe al metrò di Milano. Ciò  significa che questi gruppi si muovono ormai secondo una strategia  nazionale. Sapevano che la nostra maggior attenzione e il nostro maggior  impegno erano concentrati su Roma e hanno cercato di colpire a Padova.  Ripeto: c&#8217;è una strategia nazionale, ci sono collegamenti nazionali&#8221;.</p>
<p>Ne avete le prove?</p>
<p>&#8220;Sappiamo  che gruppi di autonomi si spostano nelle varie città quando sono  previste manifestazioni di piazza. Sì, ne abbiamo le prove&#8221;.</p>
<p>Ci sono collegamenti tra i gruppi dell&#8217;estrema sinistra e i gruppi clandestini? Avete una mappa del &#8220;partito armato&#8221;?</p>
<p>&#8220;Ci  sono tre diversi livelli d&#8217;organizzazione. C&#8217;è un centro direttivo  rigorosamente clandestino, ci sono le squadre d&#8217;azione e c&#8217;è la &#8220;massa  vulnerabile&#8221;&#8216;. Quest&#8217;ultima è composta da movimenti che, inizialmente,  non hanno legami con gli altri due livelli e spesso dissentono dai loro  programmi e dai loro obiettivi. La tattica del centro direttivo e delle  squadre d&#8217;azione è di coinvolgere la massa vulnerabile. Purtroppo,  spesso ci riescono&#8221;.</p>
<p>Negli ultimi tempi però, questa che  lei definisce la massa vulnerabile ha dimostrato di sapersi liberare dai  coinvolgimenti e dalle provocazioni. E in atto un&#8217;operazione  d&#8217;isolamento dei violenti.</p>
<p>&#8220;È vero, pare anche a me che ci sia un processo di questo genere&#8221;.</p>
<p>Quindi c&#8217;è la speranza che i violenti, una volta isolati, si riducano a più miti consigli.</p>
<p>&#8220;Non  ci spero affatto. Tutto al più cambieranno tattica e tecniche di  scontro. Finché riescono a farsi coprire dalla massa, continueranno ad  operare come finora hanno fatto: se la massa li isolerà, adotteranno la  tattica dei raids&#8221;.</p>
<p>Che vuol dire?</p>
<p>&#8220;Colpi  esplosi da auto o moto in corsa. Insomma, attentati veri e propri, con  le forme dell&#8217;attentato e non più dello scontro di piazza&#8221;.</p>
<p>Quindi una tattica ancora più pericolosa.</p>
<p>&#8220;Certamente&#8221;.</p>
<p>Signor ministro, sembra di capire che lei consideri le Brigate rosse come il vero cervello del &#8220;partito armato&#8221;. È così?</p>
<p>&#8220;Sì. Credo che il centro direttivo siano le Br&#8221;.</p>
<p>Avevate detto tempo fa, lo disse il generale Dalla Chiesa, che le Br erano state distrutte. Fu dopo l&#8217;arresto di Curcio.</p>
<p>&#8220;Evidentemente  erano assai più ramificate di quanto pensassimo. Le Br sono organizzate  su due linee, una linea politica discute i programmi e la strategia,  funziona con riunioni di base che alla fine esprimono una decisione  comune. La linea militareinvece dirama gli ordini dal vertice&#8221;.</p>
<p>La clandestinità riguarda l&#8217;intera organizzazione?</p>
<p>&#8220;Si, ma è rigorosissima nella linea militare&#8221;.</p>
<p>Quanti sono i brigatisti in carcere attualmente?</p>
<p>&#8220;Più o meno un centinaio, tutti provenienti dalla clandestinità e tutti facenti parte dell&#8217;organizzazione militare&#8221;.</p>
<p>Sia  Zaccagnini che Berlinguer hanno accennato recentemente alla possibilità  che queste organizzazioni siano guidate o appoggiate da servizi segreti  stranieri. Qual è il suo pensiero in materia?</p>
<p>&#8220;Penso che è un&#8217;ipotesi molto verosimile&#8221;.</p>
<p>Soltanto un&#8217;ipotesi? Zaccagnini e Berlinguer si sono spinti così avanti solo in via d&#8217;ipotesi?</p>
<p>&#8220;Diciamo  che abbiamo degli elementi per formulare questa ipotesi. Intendiamoci:  io non sono in grado di stabilire quale sia il ruolo di servizi segreti  stranieri in queste vicende; direi che non è stato un ruolo essenziale, i  gruppi di guerriglia sono nati per germinazione spontanea. I servizi  stranieri possono averli appoggiati, possono averli infiltrati&#8221;.</p>
<p>Possono o l&#8217;hanno fatto?</p>
<p>&#8220;Ho già detto: abbiamo elementi per prendere in considerazione questa ipotesi, non come pura ipotesi di studio&#8221;.</p>
<p>Sapete di quali servizi si tratta?</p>
<p>&#8220;Questa  materia è in corso di accertamento. E poi, ovviamente, non si tratta di  questioni delle quali il ministro dell&#8217;Interno possa parlare in  un&#8217;intervista ad un giornale&#8221;.</p>
<p>E i nostri servizi segreti,  signor ministro, funzionano? Si ha l&#8217;impressione che fino a qualche  anno fa si occupassero più di sovvertire lo Stato che di difenderlo; e  che ora siano in completo letargo.</p>
<p>&#8220;Effettivamente fino a  qualche anno fa ci furono, diciamo così, alcune deviazioni e  degenerazioni. Ed ora mi pare che si trovino in difficoltà nell&#8217;operare.  Credo che la classe politica avrebbe dovuto avere il coraggio, quando  furono accertate le deviazioni, di sciogliere i servizi e di ricreare  un&#8217;organizzazione nuova da capo a fondo. Invece si preferì un&#8217;altra via:  si amputarono alcuni settori, si mandarono a casa alcuni personaggi,  lasciando però intatta la struttura. È stato un errore&#8221;.</p>
<p>Lei s&#8217;è occupato a lungo di queste questioni. Come dovrebb&#8217;essere organizzato il servizio segreto?</p>
<p>&#8220;Su  una base rigorosamente segreta. Sembra una cosa ovvia, ma è bene dirla.  Un servizio segreto dev&#8217;essere totalmente fuori della organizzazione  ordinaria della pubblica amministrazione, i suoi capi debbono essere  noti soltanto al ministro che ne risponde politicamente. Ogni altro tipo  d&#8217;organizzazione è un non senso. I servizi di sicurezza e di  Intelligence inglesi funzionano esattamente così&#8221;.</p>
<p>Onorevole Cossiga, questo sindacato di polizia si farà? Sarà autonomo o federato con i sindacati dei lavoratori?</p>
<p>&#8220;Posso  dire che attualmente una elevatissima percentuale degli agenti di  polizia avrebbe manifestato il desiderio di essere rappresentata da un  sindacato. La cifra è altissima. Di gran lunga superiore per esempio a  quella dei metalmeccanici. Perché avviene questo. Perché l&#8217;agente di Ps  sente il bisogno d&#8217;una maggior tutela, d&#8217;un ruolo sociale, d&#8217;una difesa  non solo economica, ma di &#8220;status&#8221;. Questa spinta che viene dal basso  non può esser disattesa. So bene che ci sono idee differenti sulla  formula sindacale da adottare, ma un sindacato, secondo me, si deve  fare. Sa qual è lo stipendio d&#8217;un agente in Gran Bretagna? Un agente di  prima nomina prende uno stipendio eguale a quello che da noi è lo  stipendio di un sottotenente, cioè il doppio esatto di quanto noi diamo  alle semplici guardie&#8221;.</p>
<p>Quali fini politici persegue il terrorismo? A chi giova?</p>
<p>&#8220;Ah,  attenzione. Il cui prodest in questa materia non ha senso. Uno degli  effetti del terrorismo può essere quello di far ritenere necessari  governi di larga coalizione e quindi di innescare un processo  d&#8217;avvicinamento del Pci all&#8217;area della maggioranza e del governo.  Possiamo ricavare da questo che le Br prendano ordini da Berlinguer? Un  altro effetto è di spostare consensi verso la Dc. Possiamo dedurne che  le Br sono state create da Moro e da me? Dunque il cui prodest è un  metro che non vale, almeno in questo caso. La mia convinzione l&#8217;ho già  detta: il terrorismo delle Br si propone di colpire lo Stato affinché lo  Stato a sua volta colpisca il più duramente possibile. In tal modo lo  scontro diventerebbe molto duro, lo spazio delle libertà costituzionali  risulterebbe ristretto e almeno una parte delle masse che confluiscono  nel partito comunista e taluni settori della classe operaia organizzata  rifluirebbero su posizioni di estrema sinistra. Questo è il piano dei  terroristi&#8221;.</p>
<p>Quindi è un piano anticomunista?</p>
<p>&#8220;E  un piano che, se non soggettivamente, è oggettivamente contro l&#8217;attuale  gruppo dirigente del Pci e contro la sua politica, che sono accusati di  trascurare una prospettiva di lotta violenta se non addirittura  armata&#8221;.</p>
<p>Vi si rimprovera di non essere abbastanza  rigorosi con i &#8220;pistoleros&#8221;, di lasciarli liberamente in circolazione,  quasi per incoraggiarne le iniziative.</p>
<p>&#8220;Chi lo rimprovera?  Stiamo facendo tutto quanto è umanamente possibile. Le notizie che  vengono da Milano lo provano: i criminali che hanno sparato contro la  polizia il giorno in cui mori l&#8217;agente Custrà sono stati arrestati e uno  di loro ha confessato d&#8217;aver sparato (4)&#8221; [il giovane arrestato,  immortalato in una famosa foto, venne poi prosciolto dall'accusa].</p>
<p>Onorevole Cossiga, secondo lei c&#8217;è dunque un nesso tra il calendario politico e il terrorismo?</p>
<p>&#8220;Credo di sì&#8221;.</p>
<p>Dunque  bisogna sbrigarsi, bisogna che, se accordi politici ci debbono essere  tra i partiti, siano conclusi presto e siano efficaci? Questo è un modo  di scoraggiare il terrorismo facendogli toccar con mano la sua  inutilità?</p>
<p>&#8220;Questo è il mio pensiero. Vorrei aggiungere  che i fenomeni di criminalità, politica e comune, sono indirettamente ma  fortemente alimentati anche dalla situazione economica. Un paese col 20  per cento d&#8217;inflazione ne subisce le conseguenze anche sul piano  dell&#8217;ordine pubblico e della criminalità. Se invece del 20 scendessimo  al 5 per cento, anche il terrorismo diminuirebbe d&#8217;intensità. Queste  malattie sociali non si combattono soltanto con la polizia&#8221;.</p>
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