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Domande e risposte

bosco1Il circolo online Barack Obama ha preso l’iniziativa di rivolgere alcune domande ai candidati del PD per svolgere una sorta di primarie telematiche.
Le risposte sono pubblicate sul sito scelgodemocratico

Qui di seguito pubblico le domande e le mie risposte.

Le domande:
Europa e Integrazione europea

1) Secondo lei, l’obiettivo dell’Europa deve essere la creazione di uno Stato Federale Europeo? Lei è favorevole a questa prospettiva in tempi brevi?

In quanto biografo di Altiero Spinelli la mia risposta è decisamente sì. Tuttavia bisogna intendersi su che cosa intendiamo con l’espressione “stato federale europeo”. Se intendiamo una fotocopia degli Stati Uniti d’America allora bisogna riconoscere che l’esperienza storica degli Stati europei è troppo diversa da quella delle tredici colonie americane che nel 1876 dichiararono la loro indipendenza dalla Corona britannica. Se invece intendiamo l’espressione come l’istituzione di un governo europeo dell’economia, maggiori poteri al Parlamento europeo, un rapporto fiduciario esplicito tra Parlamento europeo e Commissione, la trasformazione del Consiglio dei Ministri in Camera degli Stati, la nascita di una politica estera comune decisa senza subire il ricatto dell’unanimità preventiva di tutti e 27 gli stati dell’Unione, allora parlare di Stato federale europeo, o di Stati Uniti d’Europa assume un significato in linea con la particolarissima esperienza storica e istituzionale che l’Unione europea oggi rappresenta e testimonia.

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2) Quali sono i tre principali settori dove, secondo lei, i poteri del Parlamento Europeo dovrebbero essere rafforzati ed estesi?

Il Parlamento europeo deve avere il pieno potere di iniziativa legislativa, cioè non dipendere più dalla iniziativa della Commissione per quanto riguarda la preparazione di “progetti di legge” europea.
Il Parlamento deve potere discutere il bilancio nella sua interezza e non, come è attualmente, con un potere limitato alla modifica delle spese non obbligatorie (cioè le spese non previste dai trattati). Solo se il Parlamento europeo, in quanto depositario della volontà dei cittadini europei, potrà definire le linee fondamentali del bilancio dell’Unione, si avrà la possibilità di istituire nuove politiche anche in campi attualmente poco coperti finanziariamente (ad esempio la dimensione culturale o la tutela dei beni artistici).
Infine, il Parlamento europeo deve potere essere ammesso con diritto di voto alla definizione delle linee principali delle relazioni esterne dell’Unione.

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3) Lei è d’accordo con l’affermazione secondo cui la mancanza in seno al PE di un forte gruppo parlamentare realmente europeista sia una delle ragioni del rallentamento del processo di integrazione europea?

No, non si tratta di un grande limite. Guardando all’esperienza storica della Comunità/Unione, i momenti fondamentali di crescita del processo di integrazione europea si sono avuti proprio quando le tendenze europeiste sembravano più deboli e più assediate dal ricorso alla difesa dei cosiddetti “interessi nazionali”. Il fatto è che i motivi a favore del processo di integrazione europea e del suo approfondimento sono ben più forti anche delle tendenze euroscettiche o nazionaliste. La necessità dell’integrazione e del suo ampliamento anche all’ambito politico (politica estera, difesa) possono benissimo essere portate avanti anche da una piccola pattuglia di parlamentari che abbiano ben chiaro su quale punto fare leva e quali azioni intraprendere all’interno del PE. Altiero Spinelli costituì il club del coccodrillo con cinque altri parlamentari, e pochi mesi dopo il Parlamento produsse il primo progetto di trattato sull’Unione europea (1984).
Non sono necessari grandi numeri, ma ci vogliono persone determinate con idee chiare e progetti puliti.

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4) Secondo il suo punto di vista, cosa bisognerebbe fare per incentivare e favorire il processo di integrazione europea?

Il Parlamento europeo, da solo, può fare poco se non è supportato, all’interno e all’esterno, da partiti politici europei che, pur con programmi diversi, promuovano un dibattito e un confronto a livello europeo, non solo nazionale. La nascita e il fiorire di un vivace dibattito politico europeo sulle questioni europee – che al momento assolutamente NON esiste – eviterebbe anche di vedere i penosi spettacoli di veline e fessacchiotti candidati tanto per fare, dando un senso all’elezione della più importante assemblea elettiva plurinazionale del mondo.
In secondo luogo, si dovrebbe prevedere una fiscalità europea, che sostituisca in parte l’attuale sistema di finanziamento dell’Unione (basato su contributi da parte dagli Stati in proporzione al loro PIL e su altri meccanismi piuttosto complicati che qui non vale la pena di spiegare). I cittadini che si trovassero a pagare le imposte sia al loro stato sia all’Unione europea, maturerebbero un senso multiplo di appartenenza e troverebbero maggior interesse alle vicende dell’Unione, al suo funzionamento, vorrebbero capire, conoscere, dire la loro. E’ sicuramente un processo lento, ma si tenga conto di quanto è cambiata la percezione dei giovani nei riguardi dell’Europa e delle sue dinamiche da quando è nato il progetto Erasmus, che manda studenti a studiare per un periodo di alcuni mesi in università di altri Paesi dell’Unione. Nulla si ottiene da un giorno all’altro, ma una fiscalità europea, senza ovviamente un aumento del peso delle imposte complessive, avrebbe una notevole importanza per creare un senso di cittadinanza e di appartenenza condiviso.

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Diritti Civili

1) Secondo lei, sul tema dei diritti civili, l’Europa dovrebbe poter stabilire delle linee guida che tutti gli Stati europei devono poi rispettare?

In parte lo ha già fatto, con la Carta dei diritti dell’Unione europea, ma certo molto resta da fare, e la risposta è sicuramente sì. Ci sono Carte costituzionali nazionali avanzate e altre più arretrate sul tema dei diritti civili: l’Europa deve definire in qualche modo un quadro condiviso per la tutela dei diritti civili, di tutti i diritti divili, quelli classici definiti dal liberalismo ottocentesco e quelli emersi nei decenni successivi come determinanti. Ovviamente il termine di riferimento deve essere il massimo della difesa dei diritti civili e della loro inclusione.

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2) Sul testamento biologico, lei sosterrebbe in Europa, se ne avesse la possibilità, una legge di indirizzo basata sugli stessi principi del progetto del Senatore Ignazio Marino?

Mi parrebbe il “minimo sindacale” da sostenere in tema di testamento biologico. Il problema è in gran parte solo italiano, anche a causa del ruolo della chiesa nel nostro sistema politico-istituzionale, ma se l’Unione europea esprime un orientamento chiaro in materia, questo aiuterebbe enormemente anche le forze politiche orientate a sostenere il diritto a decidere della propria esistenza fino all’ultimo.

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3) Si batterebbe in Europa per ribadire che le coppie omosessuali debbano avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali?

Sì. Le coppie omosessuali, in quanto frutto di una decisione di condividere la vita, o parte di essa, insieme, hanno diritto a vedersi riconosciuto lo stesso status delle coppie eterosessuali. Inoltre sarebbe opportuno anche estendere i diritti e i doveri derivanti dall’unione matrimoniale anche alle coppie di fatto.

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4) Qual e’ secondo lei il giusto equilibrio tra il rispetto dei diritti e il rispetto delle coscienze individuali?

Io credo che una buona legge sul tema dei diritti civili non dovrebbe essere prescrittiva di comportamenti obbligatori, bensì lasciare a ogni singolo il diritto di autodeterminarsi definendo una scala di valori sulla quale ogni cittadino maggiorenne e dotato di capacità di intendere e di volere può collocarsi all’altezza che vuole o che ritiene giusta per lui; fatto salvo ovviamente il limite di non portare nocumento a nessuno. In altre parole se parlo di diritto alla salute e a ricevere cure mediche appropriate e lo incrocio con il diritto a rifiutare prestazioni mediche non volute, devo difendere il diritto del credente testimone di Geova di non sottoporsi a trasfusioni di sangue nel momento in cui chiaramente mi informa che non vuole, ma devo permettere a chiunque voglia di avere trasfusioni di sangue se sono necessarie alla sua salute. Però devo anche difendere il diritto del figlio minorenne di un testimone di Geova di essere curato al meglio secondo la scienza medica, anche in violazione della volontà dei genitori.

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Sicurezza sul lavoro, salario minimo, Welfare

1) Alcuni Stati europei sono contrari ad una regolamentazione europea dei diritti dei lavoratori. Di fronte ad una ipotetica minaccia, da parte di alcuni Paesi, di uscire dall’Unione nel caso in cui si andasse in quella direzione, lei privilegerebbe l’estensione dei diritti o il mantenimento di tutti i membri?

La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha ripetutamente emesso sentenze su questioni inerenti  i diritti dei lavoratori, le pari opportunità, il lavoro notturno, la retribuzione differenziata tra uomo e donna e altre questioni. La Corte lavora in silenzio e con poca pubblicità ma è decisiva per creare un quadro giuridico condiviso da tutti gli stati aderenti ai Trattati. Quindi una regolamentazione europea dei diritti dei lavoratori già esiste. Se poi si potesse riunire tutto l’insieme di norme emesse dall’Unione, e interpretate dalla Corte di Giustizia, in un corpus unico e coordinato, allora è chiaro che chi fosse contrario dovrebbe uscire dall’Unione oppure rivendicare la sua ‘anormalità’ assumendosene la responsabilità nei confronti dei suoi cittadini (ed elettori). Però non credo che nessuno sarebbe così storicamente sciocco da uscire dall’Unione per questi motivi.

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2) Il PD ha riconosciuto come battaglie centrali negli ultimi mesi quelle per il salario minimo e la sicurezza sul lavoro, oltre a quelle da sempre portate avanti nei campi della salute e del Welfare in generale. Secondo lei, è pensabile l’idea di un “welfare europeo”, ovvero di stabilire delle garanzie minime per i lavoratori e i cittadini degli stati membri? Quale potrebbe essere un obiettivo realistico in questa direzione, e come potrebbe essere conseguito?

Sì, lo ripeto, la cosa è possibile e la Corte di Giustizia lo sta facendo da anni. Solo che senza la definizione, da parte del Parlamento europeo e della Commissione, di linee guida chiare in questo senso, il lavoro della Corte di Giustizia è limitato a garantire il rispetto e l’interpretazione delle norme esistenti. Il problema è sempre il rapporto tra Commissione e Parlamento. Una Commissione attiva e propositiva, in accordo con il Parlamento europeo, può produrre norme nel senso indicato e farle diventare “legge” europea, superando anche l’eventuale opposizione del Consiglio dei ministri. Ma se la Commissione è debole, come quella attuale presieduta da Barroso, allora anche il Parlamento europeo può fare poco e certo non può superare l’inevitabile contrasto di posizioni che sul tema ci creerebbe all’interno del Consiglio dei ministri.
Ma i partiti europei (e i corrispondenti gruppi all’interno del PE) hanno già dimostrato di non essere in grado di voler indicare il presidente della Commissione sulla base del risultato delle elezioni, e questo è un pessimo segnale. Il Parlamento europeo sta rinunciando al suo ruolo di traino politico della Commissione, e ci si accontenta di gestire l’esistente. La chiave di tutto è la sensibilizzazione del PE sul suo ruolo decisivo nel quadro istituzionale, in stretto collegamento con la Commissione che deve essere stimolata e spinta. La storia, diceva Spinelli, deve essere a volte mandata avanti a calci nel sedere. I calci, attualmente, non li tira nessuno.

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Ambiente, Trasporti ed energia

1) Secondo lei, le politiche per la lotta al surriscaldamento globale dovrebbero essere incoraggiate anche se a discapito della crescita economica e dell’occupazione?

La crescita economica non è un valore in sé, bensì un mezzo con il quale si sono raggiunti nel passato importanti risultati di benessere e stabilità. Nel momento in cui però una crescita diventata un dogma di fede si rivela un pericolo per la stabilità dell’ambiente dell’unico pianeta in cui sappiamo che è possibile la vita, è necessario fermarsi e cessare di perseguire a tutti i costi lo sviluppo e la crescita. Sviluppo sostenibile ed ecocompatibile sono le uniche strade possibili. Privilegiare le fonti di energia fondate sul solare e sulle fonti rinnovabili, nella convinzione che convertire l’economia dipendente dai combustibili fossili in economia fondata sulle energie rinnovabili non distrugge, bensì crea posti di lavoro.

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2) Oggi “i fondi comunitari dedicati a tutelare l’ambiente sostengono vari progetti, quali la costituzione di economie rurali, competitive e rispettose dell’ambiente, con la maggior parte dei fondi destinati agli agricoltori, l’adeguamento del settore della pesca all’impoverimento degli stock di pesce, o i programmi ambientali che incoraggiano la tutela dell’ambiente in tutti i progetti politici.” Secondo lei, sarebbe giusto spostare una parte di questi fondi ambientali da pesca e agricoltura al sostegno delle energie rinnovabili? Se si, quanti di questi fondi (una piccola parte/una buona parte/la maggior parte).

Ciò che viene citato non risponde al vero. Oggi l’agricoltura europea è in gran parte sussidiata, con il mantenimento dei prezzi agricoli a livelli ben al di sopra di quelli del resto del mondo. Questo si rivela vantaggioso per i produttori europei, svantaggioso per i consumatori e, soprattutto, per i paesi esteri esportatori di prodotti agricoli, penalizzati (in questo gruppo rientrano anche i paesi in via di sviluppo). L’agricoltura europea è finanziata con un Fondo, chiamato FEOGA (Fondo europeo orientamento e garanzia dell’agricoltura) diviso in due tranche: una chiamata “orientamento” e una chiamata “garanzia”. L’orientamento è mirato all’aggiornamento dei sistemi produttivo, al sostegno dei sistemi pensionistici degli agricoltori, all’istruzione professionale. La garanzia sostiene i prezzi, con un sistema piuttosto complicato che vede l’Unione intervenire per sostenere i prezzi dei prodotti e garantire il reddito dei produttori agricoli. Nel tempo, la parte “garanzia” è sempre stata enormemente più grande della parte “orientamento”. In altre parole si spendeva molto di più per sostenere i prezzi dei prodotti agricoli di quanto non si spendesse per l’aggiornamento delle tecniche di coltivazione. La PAC (politica agricola comune) è da sempre una delle voci principali del bilancio UE.
Ma il sistema è perverso: la PAC paga gli agricoltori per tenere i terreni a riposo per evitare la sovrapproduzione – conseguenza naturale dei prezzi alti – e quando la sovrapproduzione comunque si verifica il surplus viene o distrutto o immagazzinato a spese dell’UE. In questo contesto è auspicabile che una parte – UNA BUONA PARTE – dei fondi destinati al sostegno dei prezzi agricoli vengano dirottati al settore delle energie rinnovabili. Settore tra l’altro che necessita di notevoli investimenti per ricerca e sviluppo e che rappresenta il futuro veramente sostenibile del sistema produttivo europeo.

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3) In considerazione delle peculiarità dei prodotti enogastronomici e delle biodiversità agricole italiane, e di quanto esse rappresentano in termini di ricchezza nazionale e di incentivo alla nostra offerta turistica,
crede che gli europarlamentari italiani dovrebbero fare blocco per difenderli se necessario? Secondo lei, in casi come questi è più importante privilegiare l’interesse nazionale o la solidarietà come gruppo europeo?

Io non credo che esista la categoria “interesse nazionale” in quanto tale, valore assoluto e neutro. Esistono invece forze economiche e produttive che volta per volta si dichiarano interpreti o portatrici dell’interesse nazionale. Chi sostiene, giustamente, la peculiarità dei prodotti enogastronomici e delle biodiversità agricole sostiene un “interesse” nazionale sicuramente valido e giusto, ma non credo al blocco degli europarlamentari italiani per sostenere tale difesa. La cosa migliore è invece dichiarare che l’Unione, tutta intera, difende la biodiversità e le peculiarità enogastronomiche (DOP, DOCG, ecc.) e che in questo senso vanno tutelate la provenienza locale e regionale di tutta una quantità di prodotti che ogni Paese dell’Unione indica e tutela a sua volta come originari e originali. Su questa difesa i parlamentari dei diversi gruppi politici possono anche dividersi a seconda delle appartenenze nazionali, ma devono soprattutto valutare che la biodiversità è un valore importante da tutelare ovunque, in Francia come in Italia, in Germania come in Polonia.

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4) La questione del nucleare e’ abbastanza complessa e riguarda, tra gli altri, costi effettivi (costruzione, mantenimento e funzionamento, smantellamento), messa in sicurezza degli impianti e delle scorie prodotte, tempi di costruzione, comprendente anche l’accettazione da parte delle popolazioni vicine al luogo interessato, e gas serra, in un delicato bilancio che non sempre risulta a favore delle centrali a fissione rispetto ad altre forme di energia alternativa. A suo modo di vedere, in un programma europeo per la differenziazione delle fonti energetiche, quale ruole deve essere riservato al nucleare ? E perche ?

L’unico nucleare sicuro, almeno in teoria, è il processo di fusione. Le centrali a fissione, anche di ultima generazione, producono comunque scorie che devono essere smaltite. A fronte di questo evidente handicap, oltre a quelli citati nella domanda, si pensi che il sole diffonde nello spazio, in un istante, una quantità di energia ben superiore alla quantità di energia prodotta e consumata dall’uomo nel corso di tutta la storia dell’umanità. Lo sfruttamento estensivo delle energie rinnovabili, del solare, dell’eolico, deve essere l’obiettivo da raggiungere. Una civiltà che brucia combustibili fossili, inquinanti, che sa il danno che provoca e che continua indefessamente a farlo non è una civiltà intelligente. Il nucleare è appetibile per gli interessi che lo sostengono, ma tali interessi non sono quelli diffusi dei cittadini. Paesi come la Cina, trasformati da uno sviluppo economico impetuoso, si basano su combustibili come il carbone, aumentando il tasso complessivo di inquinamento, e continuiamo a pensare che tale situazione sia sostenibile nel medio-lungo periodo… Il nucleare è un problema in più, non una soluzione.

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Libertà d’informazione

1) Secondo lei, il problema della concentrazione del potere mediatico all’interno dei singoli Paesi europei deve essere affrontato principalmente come un problema legato all’antitrust e alla concorrenza, oppure come un problema legato alla democrazia? In ogni caso, crede che si dovrebbero stabilire a livello europeo dei tetti pubblicitari per i diversi mezzi di informazione (TV, carta stampata, internet, etc.)?

Chi fa politica non deve avere interessi proprietari nel sistema informativo. Uno dei grossi, mortali errori del centrosinistra è stato quello di avere stupidamente ignorato il problema – o per convenienza o per ignavia – nei periodi in cui è stato al potere nel paese. Sia l’aspetto legato all’antitrust, sia quello legato al carattere democratico del mantenimento di un sistema non influenzabile dal potere sono strettamente legati. Soprattutto in Italia, dove gran parte del giornalismo, invece di essere un cane da guardia del potere è un cane da compagnia, se non da riporto. I tetti pubblicitari devono essere stabiliti, ma con la coscienza che il sistema informativo si sta muovendo sempre più verso la rete, dove le dinamiche di sviluppo sono ancora poco chiare e definite, e dove domina una salutare anarchia che, se a volte va a scapito dell’autorevolezza, certo garantisce molta più libertà. Ciò che i sistemi di informazione televisivi cercano di oscurare o di tacere, la rete lo mostra interamente, e il tam tam della rete è inarrestabile e fulmineo. In questo contesto, cercare di definire tetti di introiti pubblicitari per la TV e i giornali è sacrosanto (a vantaggio ovviamente della carta stampata), ma ho forti dubbi che sia possibile farlo con la stessa chiarezza ed efficacia nel caso della rete.

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2) Secondo lei le regole minime sugli standard di democrazia per i Paesi della UE, anche per Paesi che ne fanno già parte, devono considerare anche i temi della libertà d’informazione? A suo giudizio, la situazione italiana come dovrebbe essere valutata secondo criteri in questo campo (normale, delicata, grave, molto grave)? E secondo lei come dovrebbero essere affrontate eventuali violazioni di questi standard da parte di Paesi già membri?

Assolutamente sì per la prima parte della domanda. Quanto alla situazione italiana, essa mi pare molto grave. Manca del tutto, dall’informazione, quella figura che all’estero domina e che si chiama “commentatore politico”. Da noi i politici parlano in prima persona imboccati da domande compiacenti di giornalisti bravi solo a costruire “panini” (una dichiarazione del governo, una dell’opposizione, ancora una del governo, con a volte la dichiarazione di un radicale o di un’altra forza politica minore); e sono i politici stessi che svolgono il ruolo dei commentatori. Di loro stessi. Questo è totalmente inaccettabile e porta alla scomparsa di qualsiasi dibattito politico credibile e maturo. Purtroppo però credo che sia difficile in questa materia procedere al controllo non delle violazioni evidenti ed eclatanti, ma dello stillicidio di piccoli soprusi e vessazioni e distorsioni che un sistema dominato e pressoché controllato da una sola persona e gruppo industriale provoca. Se ci fosse una repressione della libertà di informazione, totale o parziale, essa dovrebbe essere immediatamente sanzionata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea e dalla Commissione, anche con la sospensione del paese e del governo colpevole; ma come muoversi quando silenziosamente si costruisce un sistema informativo e comunicativo dolciastro e rassicurante ma anche bugiardo e distorsivo delle informazioni? Solo una socialità politica a livello europeo può evitare (o limitare) questa pericolosa deriva. Solo il collegamento dei partiti politici nazionali – interessati a combattere questo sistema – in una struttura di partiti europei può svolgere il necessario ruolo di stimolo e di critica nei confronti del pubblico. Ma questi soggetti faticano a crearsi, poiché ancora la lotta per il potere politico nazionale viene considerata prioritaria rispetto alla lotta per la definizione di un quadro politico europeo.

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3) Cosa ne pensa della possibilità, di cui si parla in questi giorni, di emanare leggi che in qualche modo limitino e controllino il flusso di informazioni su internet?

La rete è incontrollabile, e tale deve rimanere. Limitare il controllo del flusso delle informazioni, anche di quelle erronee o fuorvianti, è totalmente sbagliato. Meglio è dare al pubblico, soprattutto quello più giovane, gli strumenti culturali per comprendere ciò che possono trovare su internet. Ma la rete è l’ultimo forum completamente libero e democratico di cui disponiamo, con potenzialità enormi che vanno prima capite, poi usate per promuovere i valori e le finalità nelle quali crediamo.

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Impegni personali se verrà eletto

1) Oggi i dati sulle assenze dei singoli deputati europei sono riservati. Lei è disposto ad impegnarsi a rendere pubblici i dati riferiti alla sue assenze? E’ favorevole a votare una modifica dei regolamenti perché il Parlamento Europeo renda pubblici questi dati per tutti i deputati?

La trasparenza e l’accountability sono la base di qualsiasi relazione tra un eletto e il suo elettorato. I dati delle presenze dei deputati devono essere pubblici, immediati, accessibili, comprensibili a tutti. Il lavoro del deputato deve essere monitorato costantemente e reso pubblico, così come deve essere reso pubblico l’ammontare della sua retribuzione, degli oneri che costa alla collettività e del ritorno che la collettività ottiene da tali oneri sul piano dell’efficienza e della produttività. Parlare di privacy in questo campo non ha senso. A meno che io non lo desideri, non voglio che sia reso noto il mio orientamento religioso, o sessuale, o le mie malattie. Ma su tutto il resto la trasparenza deve essere TOTALE.

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2) Lei personalmente a quale raggruppamento europeo vorrebbe aderire nel PE: PSE, ALDE, o un altro da creare?

Al momento aderirei al PSE, ma aderisco all’idea di costruire un gruppo europeo che porti nel Parlamento lo spirito e l’esperienza dal quale è sorto il PD italiano. Per essa mi spenderei anima e corpo.

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3) Attualmente il conservatore José Manuel Durao Barroso con l’appoggio unanime del PPE (suo partito di appartenenza) e di una parte sostanziale del PSE sembra essere destinato ad un secondo mandato come presidente della Commissione Europea. Lei è d’accordo? Non pensa che le forze europee riformiste e di sinistra debbano promuovere un candidato che sia espressione di una Europa diversa da quella rappresentata dal candidato conservatore portoghese?

Il presidente Barroso ha trasformato al Commissione in una sorta di segretariato del Consiglio dei Ministri, cioè un’istituzione che ha rinunciato a svolgere quella funzione di stimolo e di indirizzo che invece ha esercitato nel corso degli anni sotto altri presidenti. La forza politica o la coalizione di forze politiche europee che risulta essere vincitrice delle elezioni deve essere in grado di indicare il presidente della Commissione, e di avere con la Commissione un rapporto fiduciario completo. Sia Martin Schultz, sia Enrique Baron Crespo pensano che tale opzione non sia praticabile, dimostrando in questo scarsa immaginazione politica e una mancanza significativa di leadership. Indicare un candidato presidente della Commissione significa promuovere anche un progetto politico particolare. Se il PSE rinuncia a fare questo, allora resta solo uno strumento organizzativo burocratico per gestire i fondi destinati al funzionamento del gruppo parlamentare.


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